A Spin Time ho lavorato più di un anno per realizzare il film omonimo, Spin Time: che fatica la democrazia. Per questo ora conosco tutti e voglio bene pure a quelli che non conosco. Dal 30 luglio, dallo sgombero, passo al presidio quasi quotidianamente. Saluto, mi informo e, se ho tempo, mi siedo a chiacchierare con uno dei leader storici dell’occupazione, Paolo detto Paolone. Di solito si mette davanti al cancello rosso dell’ingresso. Dietro le sbarre del cancello ci sono i poliziotti, annoiati e tristi come i carcerati. Un’immagine paradossale, che sembra indicare i veri colpevoli. I poliziotti rappresentano lo Stato che quando ha venduto questo palazzo ha tradito i suoi stessi interessi, cioè i nostri.
Qui c’era l’Inpdap, era un palazzo della mutua che è stato ceduto a un fondo privato insieme ad altri 395 immobili nel 2004, governo Berlusconi. Nella vendita lo Stato ci ha rimesso almeno 500 milioni, secondo la Corte dei conti. E dopo aver fatto questo cattivo affare, lo Stato ha affittato gli stessi palazzi dal privato, spendendo altri 5 miliardi. Per l’immobile di Santa Croce l’affitto è stato pagato anche dopo che l’Inpdap se n’era andato, quasi 3 milioni l’anno per altri tre anni. Poi lo Stato si ricompra 22 palazzi, spendendo altri 400 milioni.
Chi difende questo tipo di affari non difende il diritto di impresa, difende il diritto alla razzia. E anche adesso che siamo in mezzo alla strada, lo Stato continua a pagare alla proprietà 206 mila euro al mese di indennizzo per mancato reddito, dopo aver versato altri 21 milioni per mancato sgombero, e il Comune, per gestire la piccola catastrofe provocata dallo sgombero, si è alleggerito di altri 3 milioni.
Si capisce perché la protesta del 19 settembre è indirizzata principalmente verso Investire Sgr che gestisce il fondo proprietario, i suoi azionisti e chi consente di arricchirsi a discapito della qualità della vita di tutti noi.
Dicevo che quando ho tempo mi siedo vicino a Paolone, perché mi affascina il modo in cui risponde alle richieste più svariate. Come molti altri, sta qui dalla mattina alla sera, dal 30 luglio. Ci sono state cinque ondate di caldo, una bomba d’acqua, 400 persone da proteggere, migliaia di attivisti da coordinare, centinaia di iniziative da valutare, problemi sugli alloggi temporanei, sulle relazioni con le forze dell’ordine: questura, prefettura, Digos, carabinieri, servizi segreti buoni e cattivi, pompieri e protezione civile.
Si deve trattare su tutto: ottenere i permessi per gli abitanti per tornare a prendersi un paio di mutande. I primi giorni lo negavano anche per le medicine. Bisogna chiedere il permesso per far passare gli aiuti esterni: tende, materassini, generatori. Bisogna gestire problemi di salute e di nervi, quello che sbrocca, una bambina in rianimazione. Gli alloggi temporanei dall’altra parte di Roma, i bambini morsi dalle cimici al Divino Amore, i tavoli con gli assessori, col sindaco, con l’eminenza grigia del sindaco, le polemiche, le ripicche, la stampa.
Paolone smista le richieste: «chiedi a Maurita, chiedi a Flavia, chiedi a Giovanna. Parla con Laura che c’ha un cuore grosso come ‘sto palazzo». È stanco, dimagrito, pieno di gratitudine per la solidarietà ricevuta. Il suo stile inconfondibile in questa emergenza è diventato leggendario: ascolta, annuisce e poi risponde affettuoso: «fa’ come cazzo te pare». Se si tratta di un’iniziativa risponde: «me fido de te, daje». Se c’è un problema di relazione: «ve la dovete risolve’ tra di voi». Se il problema persiste: «Dije che nun rompesse er cazzo».
E a tutti quelli che come me ogni tanto, guardando il cancello, chiedono: «ma perché non ce lo riprendiamo?». Risponde: «Nu ze po’ fa’, quarcuno se farebbe male».
Il motto di Spin Time è stato sempre prima le persone. Una regola semplice ma sincera. E siamo tutti sinceramente preoccupati per le sorti dei più fragili, ma questo affetto pure è frutto di un lavoro, più precisamente di un lavoro culturale. La cultura che trasforma, non solo quella che si fruisce, ma quella che si pratica, in uno spazio e con delle relazioni che ti consentono di esprimerti.
Il film che ho fatto è servito anche a me, ha trasformato anche il mio punto di vista. Prima di lavorarci sapevo che dal primo al settimo piano ci abitava tanta gente, ma non avevo nessun contatto con loro. Valeva per me come per tutti i visitatori, frequentavamo solo i piani di sotto: ci andavamo a ballare, ad ascoltare musica di ogni genere, dall’elettronica alla classica, andavamo a sentire la presentazione di un libro, a partecipare a un dibattito, a vedere il teatro che non trovi nei teatri.
Ci trovavi attivisti per la casa, militanti del clima, militanti LGBTQIA+, gruppi femministi, associazioni di genitori, militanti di Action, militanti del PD, a sinistra del PD, dei centri sociali, delle sardine, di Sant’Egidio, di Mediterranea. Docenti universitari, dottorandi, laureandi, studenti universitari e medi, liceali, bambini, rapper, bambini-rapper. Scrittori, giornalisti, documentaristi, film maker, artisti visivi, performer, urbanisti, architetti, falegnami, serigrafisti, cuochi, orchestrali, dj berlinesi. Suore preti e vescovi. E militanti latinoamericani, gruppi folkloristici, suonatori di tamburo brasiliani, cerimoniali senegalesi, concorsi di danza peruviana, cantastorie calabresi. Ma difficilmente incontravi qualcuno che viveva nel palazzo.
Il motto di Spin Time è stato sempre «prima le persone». Una regola semplice ma sincera
Di tutta questa offerta culturale e formativa agli abitanti non sempre importava. Anzi tendevano ad associarla a rumore, droga, pericolo. E nelle assemblee dei piani di sotto si chiedevano spesso perché non si lasciassero coinvolgere, con lo stesso cruccio concui spesso ci domandiamo «perché i poveri votano a destra? Con tutto quello che facciamo per loro?»
Il film l’ho girato anche per rispondere a questa domanda. Una domanda complessa che ne contiene molte altre. La risposta è stata la solita: la risposta non esiste, è porsi la domanda che cambia le cose. E in questo palazzo di domande ne sono state fatte tante e infatti siamo cresciuti. Gli abitanti sono in mezzo a noi, motivati come e più di noi. Osservo i volontari che fanno giocare i bambini, curano i malati, distribuiscono beni primari, raccolgono richieste, organizzano gli interventi di decine di artisti e intellettuali che portano la loro solidarietà. La comunità si è evoluta: siamo di più, più capaci, più organizzati, ma il miracolo vero è come sono cambiate le relazioni. È aumentato il rispetto reciproco e con quello la capacità di comunicare e realizzare.
Ovviamente siamo preoccupati, la trattativa per l’acquisizione del palazzo potrebbe essere lunga, nel frattempo potremmo disperderci. O potrebbe finire male, potrebbe davvero diventare un albergo di lusso, dove magari le persone che prima ci abitavano lavoreranno come già facevano, nelle pulizie, nelle cucine, nei garage, senza mai guadagnare abbastanza per pagare l’affitto.
Se avete visto il film, sapete cos’è il teatro dell’Oppresso. Se non l’avete visto, è qui: https://www.youtube.com/watch?v=RkgpNCcJsoI. È un tipo di teatro scritto e interpretato dagli oppressi, che sul più bello si interrompe per interpellare il pubblico: voi cosa fareste in questa situazione?
Non abbiamo più un teatro ma ci sono tante assemblee per portare proposte. Basta chiedere a Paolone.