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N.1 - Di Futuro Si Muore

La casa non è un oggetto 

Abitare non è solo il gesto di riempire uno spazio, ma un modo di pensare il mondo. È un atto creativo: è il gesto silenzioso attraverso cui intrecciamo la nostra vita con quella di altri esseri e di altre cose – utensili, vestiti, fotografie, piante, libri, ricordi. Fare casa è costruire un ecosistema intimo, una geografia sentimentale. Da questa visione nasce il tentativo di un’enciclopedia domestica: un archivio di oggetti che aprono varchi in gesti apparentemente irrilevanti, ma profondamente rivelatori. Piccoli dispositivi di senso che fotografano quella che in Italia è una delle emergenze più profonde del contemporaneo: il diritto alla casa.

Telecomando

La signora Jeni detiene il comando. Con il suo piccolo dispositivo a raggi infrarossi trasmette un segnale codificato raccolto da un apposito ricevitore, che le consente di controllare tutto il suo mondo. Il mondo passa in uno schermo piccolo, appoggiato sulla valigia, sopra le confezioni dei legumi in scatola: quelle immagini sgranate sono tutto quello che la signora Jeni lascia entrare nella sua casa malconcia, stipata di cianfrusaglie e brulicante di vita nelle tubature e dietro i muri. Jeni muove di pochi centimetri il pollice nodoso e viaggia tra l’attualità e i reality show, tra le cucine gourmet e i polizieschi della tv statale. Sceglie cosa guardare e cosa lasciar succedere, cosa ricevere di un mondo che le ha già rovesciato addosso abbastanza merda.

È da ieri che Mercy, del piano di sotto, non riesce a passare per darle una mano, e la bacinella dove la signora Jeni fa i bisogni, posata ai piedi del letto, comincia a fare un cattivo odore. Fino a qualche mese fa riusciva ad alzarsi e a raggiungere il bagno, ma adesso si trattiene finché può – mette alla tv i programmi dei famosi, che la distraggono sempre molto – e poi deve usare la bacinella. Quando viene, Mercy cerca anche di dare una sistemata alla casa, ma succede sempre la stessa cosa: comincia a mettere a posto un angolo, riempie un sacco nero di robaccia da buttare, ma togliendo cose trova dietro altre cose, e dopo un’oretta si scoraggia. La signora Jeni cambia canale.

Oggi la signora Jeni deve aver sbagliato qualcosa, dalla sua postazione di controllo. Dieci agenti in divisa sono entrati – non nello schermo, proprio nell’appartamento – e le hanno detto che doveva andarsene. La signora Jeni ha pensato che in quella casa ci stava da vent’anni e ha cambiato canale. Ma gli agenti sono rimasti, uno si è tappato il naso con le dita. Le hanno detto che ci stava da vent’anni illegalmente. La signora Jeni ha stretto forte il suo dispositivo di controllo e in tv il presentatore ha continuato a strillare le domande del quiz, ma gli agenti hanno sollevato la signora Jeni dal letto e l’hanno trascinata via.

La vecchia Jeni ha stretto le dita nodose sull’elastico della tuta, perché non le calasse fino alle ginocchia sotto gli occhi curiosi del palazzo affacciato alle finestre. Nell’altra mano tiene ancora il telecomando, continua a cambiare canale.

TAZZA

Piccolo recipiente basso, rotondo, a bocca più larga del fondo. Questa è sgraziata, tozza, bitorzoluta. Nata nel laboratorio di ceramica nello scantinato dell’istituto, goffamente incartata per la festa del papà. Con cura scartata da quel papà lì, il suo. Riposta sulla mensola della casa nuova, la casa del papà solo. La mamma dice una casa da scapolo. Riempita di latte o di caffè, decine di biscotti inzuppati nel tè – la mamma dice che fa male, la mamma non glielo farebbe fare. Il papà la notte ci mette il whisky, non tanto, solo due dita. Sollevata, posata, svuotata, riempita.

Per estensione, la quantità contenuta nel recipiente.

Una tazza di brodo, una tazza di sale. Intanto lei cresce e impara a guardare. Il papà non cucina, il papà non sa fare. Sull’orlo adesso le labbra di una donna nuova.

Lei intanto cresce e cambia scuola. Da quelle labbra un accento diverso, in casa si sente sempre più spesso. Ora a volte il papà parte, lei lo vede sempre meno. Ma comincia il liceo ed è presa da altro: dal greco, dagli amici, dall’umore nero. Dalle regole da rompere. Sulla mensola la tazza sbiadisce, resta sola a prendere polvere. Lei invita la classe a una festa e la tazza è riempita di vino scadente: a fine serata finisce nel bagno, accanto al bidet con qualcuno che piange.

Vaso piccino con manico ad ansa. Il padre torna dopo la festa, vede la tazza nel bagno e si incazza. È la lite di sempre, di padre e di figlia, lei sbatte le porte lui resta fuori e forza la maniglia. Lei prende la tazza, è questo il tuo cazzo di problema?, ma mentre va per portarla in cucina il manico si stacca, la tazza si frantuma. Restano a guardarla, regalo dell’infanzia, ora in mille pezzi al centro della stanza. Non importa, si può aggiustare, dice il padre, in mano i frammenti. Lei lo guarda e dice serena: Lascia perdere, non vale la pena.

BONSAI

A sua madre aveva dovuto spiegarlo perché non conosceva il termine giapponese: un albero nano, una pianta in miniatura. Una grande non me la posso portare dietro. Renato è l’unica cosa viva che Enrico ha sempre portato con sé, ed essere riuscito a non ucciderlo è il più grande successo che riconosce a se stesso. 

Enrico ha comprato Renato la prima volta che è stato all’IKEA, a metà strada tra la provincia profonda e la città universitaria, dove cominciava la sua vita da studente. Renato era finito su uno dei due comodini della stanza doppia che Enrico condivideva con un fuorisede emiliano, che a metà anno aveva mollato gli studi e se n’era tornato al ristorante di famiglia. La prima ragazza che Enrico aveva portato a casa – sottoponendola a una serie di preliminari impegnativi, più per la costrizione del letto singolo che per l’azione in sé – l’aveva urtato per sbaglio con il gomito e Renato si era sfracellato a terra. Con una maturità che non avrebbe mai creduto di avere, Enrico l’aveva travasato.

Nel nuovo vaso Renato era partito, tre anni dopo, alla volta di Milano. Nella grande città aveva abitato la mensola di quello che Enrico e i suoi quattro coinquilini chiamavano salotto: avevano poi dedotto che era stata la muffa sul soffitto a farlo ammalare. Quando il padrone di casa aveva trasformato l’appartamento in un B&B, Enrico e Renato si erano spostati da Viola, che Enrico frequentava in quel periodo, e poi da Marina, una zia alla lontana che li aveva accolti di malavoglia quando Viola aveva tradito Enrico con il suo relatore. Dopo un po’ Marina li aveva cacciati, Enrico si era accampato sul divano di un amico e Renato era rimasto dalla zia per sei mesi, posato su un cumulo di scatoloni.

Alla fine Enrico è tornato alla provincia e si è portato anche Renato, che era nato come buon auspicio per la vita altrove. Ora torna a una casa che non è la sua, sulle ginocchia di un Enrico scontento che guarda fuori dal finestrino del pullman.

La casa di infanzia di Enrico ha un grande giardino, dove Renato sta bello largo, trapiantato accanto ai gerani della madre. Enrico, però, non lo guarda quasi più.

FRIGGITRICE AD ARIA

La friggitrice ad aria, con il suo nome accattivante e ruffiano, sta conquistando le cucine. Promette di far risparmiare tempo, di ridurre l’olio, di semplificare la vita. Sta accadendo ciò che Steve Jobs disse del Mac portatile: «Dovrà essercene uno in ogni casa». C’è un prima e un dopo nel processo di massificazione dei piccoli elettrodomestici: la friggitrice è il punto di non ritorno.

Serena, commercialista di quarantacinque anni, un divorzio alle spalle, ha appena comprato la sua. Nera, lucida, pesante: sembra un frammento di meteorite posato sul piano della cucina. Vive da sola in un appartamento milanese ampio, elegante, arredata con un leggero gusto kitsch che come come dice Kundera «bandisce dalla vita tutto quello che turba». Ha già acquistato altri elettrodomestici salva tempo come la macchina del caffè automatica, il Bimby, lo spremiagrumi elettrico. Sfiorandone la superficie si accendono i led, compare un touch screen, dieci modalità di cottura. Serena apre il vassoio, sistema i petti di pollo, imposta “carne”. Poi si siede sul divano.

Mentre la friggitrice lavora, lei scrolla sui social e gioca a Candy Crush. Il miracolo è proprio questo: l’oblio dell’atto di trasformazione del cibo. La friggitrice non è solo un prolungamento delle nostre braccia, ma un oggetto con un’anima che rassicura: non pensarci, faccio tutto io.

Quando il timer suona, Serena apre il vassoio. La cottura è perfetta. Aggiunge insalata pronta e pomodorini, apparecchia per una persona sola. Dopo cena passa uno strofinaccio sulla superficie nera, le sorride, quasi la accarezza. Pensa. In un mondo di conflitti e delusioni quotidiane, viva la friggitrice: al tempo che mi restituisce, alla fatica che mi risparmia, al cibo buono che mi prepara. Viva la domotica, la casa intelligente, i #1 più venduti su Amazon!

PORTA DEL BAGNO 

Il bagno permette di staccare, rigenerarsi, trasformarsi. Da spiriti notturni ci fa diventare corpi. La porta del bagno è l’unica che Matilde chiude a chiave nella sua casa. Ha 30 anni e si è appena trasferita con un contratto di lavoro per un anno. Condivide l’appartamento con una studentessa, Zara, e una barista, Letizia. Con Zara c’è una certa sintonia, ma la vede sempre di sfuggita; con Letizia, quasi nulla. Rimangono delle sconosciute: nessuna serata insieme, nessuna chiacchierata fino a tardi, solo formalità da corridoio e una silenziosa arte dell’evitarsi.

Alle 8.30, come quasi ogni mattina, Matilde nota la porta di legno del bagno chiusa. Uno sbuffo di luce filtra dallo spiffero, si muovono ombre. Si sente lo scroscio d’acqua. È occupato da Letizia, Zara dorme ancora.

Fa colazione nell’attesa. Passano dieci minuti. Quella porta chiusa risveglia il desiderio impossibile di un appartamento tutto suo. Non può permetterselo, a lavoro prende il giusto per mantenersi e non ha voglia di chiedere aiuto. Va a controllare: la porta è ancora chiusa, l’acqua che scroscia. Bussare? Farle notare che sono passati venti minuti? Non si prende tanta confidenza. Già ha l’incubo ricorrente di rompere un equilibrio fragile e dover andarsene. Altre volte ha immaginato di oltrepassare la porta soprappensiero dimenticandosi di bussare e trovarsi davanti a una coinquilina seminuda. Meglio non fare nulla. Soltanto che non può andare a lavoro senza passare per quel maledetto bagno. Quaranta minuti dopo, la porta si apre: Letizia esce sorridente. Si scambiano un saluto e si danno il cambio.

Matilde supera la soglia che conduce nell’intimità personale. Perché non le ha detto niente? Fa in fretta. Arriverà in ritardo al lavoro. Un’altra volta. Se continua così quel lavoro lo daranno a un’altra persona. Dirà che ha trovato traffico, senza dire che il traffico ce l’aveva in casa sua.

APPENDINO 

In un paese della provincia di Reggio Emilia vive Tommaso, cinquantasei anni, due figli alle superiori. Abita nella metà di una casa bifamiliare con giardino, divisa con dei parenti. La casa è ordinata, funzionale, arredata con mobili vecchi e nuovi senza coerenza. È rimasta uguale negli anni, ferma, come in un addomesticamento illusorio del mondo di fuori.

Ogni mattina, alle 7.30, Tommaso esce per andare al lavoro. È impiegato e non salta quasi mai una pausa pranzo con la famiglia. Torna poco dopo le 18, sempre uguale, sempre puntuale. Prima di uscire prende la sua borsa a tracolla, con dentro cartelle, documenti, il computer spesso tre dita, e parte in bicicletta.

Lo zaino è l’anello di congiunzione della casa con le città, i centri, i luoghi della vita sociale. Se dimentichiamo una cosa nello zaino, dobbiamo tornare a casa. Parla dei nostri ruoli, della nostra identità nel rapporto con gli altri. Ce ne sono di ogni tipo. Borsoni, da backpacker, da lavoro. Tutti gli zaini ci ricordano che la casa è transitoria e ci liberano della pesantezza del legno, del mattone, della pietra.

Tommaso non ammette a se stesso che la borsa a tracolla è veramente scomoda per la bicicletta. Sbatte sul quadricipite ogni pedalata. Ma non ha mai pensato di mettersi il cestino, perché le bici “da maschio” non hanno il cestino, mentre quelle “da femmina” sì. 

Quando rientra a casa, aggancia la borsa all’appendino dietro la porta d’ingresso. Quel gesto semplice sancisce la fine del lavoro e l’inizio della vita domestica. Finché, la mattina dopo, la riprende di nuovo, in un rito che segna il confine tra il dentro e il fuori. 

Autori

Di Teresa Fraioli, autrice e sceneggiatrice di L’amore, in teoria (2025); Giacomo Mazzariol, autore di Mio fratello rincorre i dinosauri (2018) e Gli squali (2020)