Care Compagne, amici, lettori e lettrici borghesi,
«l’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti», scriveva Antonio Gramsci.
Non è colpa soltanto dei super ricchi se i poveri rimangono poveri. Partiamo dal presupposto che chi ha un privilegio tende a tenerselo stretto. Raggiunto un certo livello di agio non si torna indietro. È così per l’Homo Comfort (il nostro stadio evolutivo corrente secondo l’antropologo Stefano Boni) che tende a non voler rinunciare alle comodità date dalla tecnologia che semplifica la sua quotidianità.
Ed è così per ogni classe relativamente benestante che ha semplicemente ereditato il proprio privilegio, sia esso economico o culturale. Oltre agli avidi multi-miliardari, ci sono altre classi che contribuiscono a mantenere salde le disuguaglianze. La differenza tra classi parte dalla capacità di poter scegliere o meno. Io appartengo a una di quelle classi che mi ha sempre permesso di scegliere. Soprattutto per il privilegio culturale di potermi immaginare di essere qualcosa di diverso dalla condizione in cui sono nato. Sono cresciuto potendo pensarmi come volevo (“pensati libera”, suggeriva Chiara Ferragni, nota proletaria).
Per questo, nel momento in cui con Claim abbiamo deciso di affermare che Tutte le lotte sono di classe, mi sono dovuto chiedere: e in che modo un privilegiato come me può parlare di lotta di classe? Se ci credessi davvero, fino in fondo, nella lotta di classe, dovrei poter accettare che – oltre all’esproprio dei dodici plutocrati che possiedono metà del pianeta – a un certo punto debba spettare una qualche forma di rinuncia pure alla mia categoria sociale. Che ruolo possono avere persone come me, davvero, nel tentativo di ribaltare i rapporti di forza della gerarchia capitalista?
Mi rivolgo alla classe da cui provengo, e non elaborando teorie tramite cui gli altri, quelli che ne hanno bisogno, dovrebbero secondo me portare avanti la lotta per la giustizia sociale. In questo numero si fa riferimento alla lotta dei poveri, con i poveri o per i poveri. Alla prima non appartengo, alla seconda sì ed è, infatti, quello che la borghesia intellettuale (con aspirazioni militanti) cerca di fare. Perché d’altronde è anche vero che la lotta di classe ha bisogno di alleati, che mettono il proprio privilegio, economico o culturale, al servizio della lotta. Partecipare attraverso alleanze e relazioni, tra diversi, in maniera materiale o immateriale. In conflitto con i nostri simili, e in alleanza con i diversi.
Molti, nella galassia della sinistra, hanno la velleità, come me, di lottare insieme a chi subisce più violentemente lo stesso sistema oppressivo. Chi con le azioni, chi scrivendo, chi attraverso la solidarietà. Credendo in un mondo in cui i diritti di cui godi, dovrebbero essere di tutti o non essere, «altrimenti chiamateli privilegi», diceva Gino Strada. Ma come si coniugano la solidarietà e la lotta di classe, senza sacrificio? Nel momento in cui non c’è rinuncia, la solidarietà viene depotenziata e rischia di diventare un esercizio estetico. Il privilegio può anche essere fatto fruttare, a beneficio di chi non ce l’ha. Se a un uomo non piace la violenza patriarcale, accetta di dover cedere spazio; se una persona bianca rivede nel maltrattamento dei migranti la brutalità del proprio suprematismo, deve fare dei sacrifici per intervenire – in mare, in montagna o nei lager che creiamo, come i CPR – mettendo a rischio qualcosa del proprio privilegio.
Non mi sono mai piaciute le definizioni come comunisti con il Rolex, gauche caviar, champagne socialist. Cercano di ridicolizzare le classi agiate che credono nella giustizia sociale e che quindi scelgono di prendere parte a una lotta (o quanto meno lo professano). Perché il tradimento della propria classe, dell’istinto nel preservarla, fa paura. Ma anche la solidarietà, come tutto, è impregnata di classismo.
Caro compagno, il sacrificio militante può coesistere con il mantenimento dei proprio status? Le ragioni per cui lottiamo rischiano di essere annichilite dai privilegi che ci portiamo dietro. L’obiettivo della lotta non è forse che questi privilegi siano ciò che accomuna tutti, anziché ciò che marca le differenze? Il potere di immaginare diverse possibilità e alternative per la propria vita può essere più grande di quello della tranquillità economica, e può essere usato bene. Con un immaginario sconfinato a disposizione però, ciò che scegliamo di fare con il nostro privilegio è di mantenerlo, preservarlo e passarlo ai nostri figli.
Sempre Gramsci: «Il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva. […] Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?».
Era il 1917, l’alba del regime fascista. Ieri il fascismo odiava i poveri, oggi li odiano i suoi eredi. All’epoca la borghesia, per proteggere i propri interessi di classe, ha avallato l’avvento di quel fenomeno. Ora che la storia sembra ripetersi, le classi hanno sembianze diverse, ma ci troviamo davanti a scelte simili.
I miliardari sono sempre dalla stessa parte, ciò che ci può differenziare da loro (oltre ai miliardi) è la scelta di non ritirarci nella comodità mentre l’estrema destra – che funziona molto bene per annichilire i poveri e le diverse condizioni di fragilità – avanza. Renee Good e Alex Pretti, una poetessa e un infermiere bianchi, sono stati uccisi perché chi non sceglie la propria comodità fa paura.
Per questo non ci possiamo limitare a scrivere o a fare comizi. L’unità passa anche dalla rinuncia.
Perché, quindi, non usare il potere del privilegio per smantellarlo? O preferiamo rimanere, anche noi, custodi delle disuguaglianze?
Borghesi di tutti il mondo: disunitevi!