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N.2 - Tutte le lotte sono di classe

A scuola si è rotto l’ascensore sociale

La scuola non garantisce più un’emancipazione dalla classe sociale del proprio nucleo familiare. Ragazzi in crisi, famiglie fragili, contesti socio-economici complessi. E la scuola, che ruolo riveste? Per rispondere Livia Paccarié – grazie a supporto dell’impresa sociale Con i Bambini, la Comunità di Sant’Egidio e l’Associazione Parsec – ha raccolto voci di studenti e studentesse, genitori, insegnanti, educatori ed educatrici da tutta Italia. Soggetti che, a modo loro, in rete o da soli, cercano di colmare le mancanze di un sistema che con sempre meno risorse, fatica a garantire un accesso democratico al mondo.

È uscito da casa. Dopo mesi di porta sbarrata e silenzio S. è andato a prendere un gelato con A., un suo compagno di classe che non vedeva dall’inizio della scuola. Non è accaduto subito. Ci sono volute due ore di contrattazione da un lato all’altro della porta. In quella stanza S. ci ha passato tutta l’estate. Senza la scuola le sue giornate si sono trasformate in un’unica lunga sessione di videogioco. Non fa entrare più nessuno. Ma settembre arriva e la scuola ricomincia. S. non ci va. «Dov’è?» chiedono i compagni. «Quest’anno c’è l’esame di terza media», dicono preoccupati. Genitori e insegnanti non sanno più che inventarsi. E poi A. ha pensato al gelato. «Io vorrei stare bene ma non so come fare», ha detto M.

Si è rivolto al suo professore di italiano. Almeno ha parlato, dopo settimane di silenzio. Ha detto che non sa come fare. Cerca una soluzione quindi, ma non la trova. A casa la situazione è complicata, spesso è lui l’adulto. È molto arrabbiato con i suoi genitori. La notte non dorme e la mattina non si sveglia per andare a scuola. La vita dei ragazzi è plasmata dal posto in cui nascono. Come fanno a saperlo? Non gliel’ha insegnato nessuno. Gli basta osservare. «Mica lo scegli il posto dove nasci», ha detto M. al professore. E questo vale anche per la scuola.


Tutti gli studenti hanno facoltà di scelta. Certo. Nei fatti, però, questa è determinata dalla provenienza sociale ed economica dei genitori.

In Italia il contesto di partenza è ancora la variabile che determina le prospettive future. Lo dicono i dati, gli esperti, gli specialisti; soprattutto basta incontrare e ascoltare professori, alunni, genitori, educatori.

La sintesi è questa: una scuola ammirevole grazie all’impegno di chi ci lavora ogni giorno, ma inadeguata nella missione. E non sono solo i muri scrostati delle scuole pubbliche, le aule sempre troppo fredde o troppo calde, la mancanza di sapone nei bagni o delle merendine alle macchinette. È un problema di disagio sociale, povertà educativa, mancanza di risorse anche quando i fondi ci sono. È talvolta anche impreparazione degli insegnanti nel gestire contesti difficili: ragazzi che soffrono e che cercano di cavarsela senza punti di riferimento, famiglie in difficoltà perché faticano a seguire i figli e insieme faticano ad arrivare a fine mese. Così la disuguaglianza è diventata futuro.


In un istituto tecnico di San Basilio, periferia romana, le famiglie bussano alla porta della scuola perché non sanno dove andare. «Chiedono di intervenire, perché lo psicologo costa», dice C.M. che lì insegna lettere. «Ma la verità è che anche la scuola, da questo punto di vista, è carente». Un ragazzo non esce, l’altro non dorme, la ragazzina non mangia. I ragazzi hanno l’ansia. Di cosa? Non sanno e non dicono. In tutti i quartieri e in tutte le città. Sono arrabbiati e non sanno il perché. E la scuola non è più loro alleata (se lo è mai stata).

«Per fare quattro ore di educazione affettiva incontriamo solo ostacoli», dice A. che è educatrice in un’associazione che si occupa di progetti curricolari. «In una scuola media sono riuscita a mettere in calendario gli incontri ma vedevo gli alunni alzarsi e andarsene. Dove andate? Risposta: “I miei genitori non hanno firmato l’autorizzazione”». Serve il consenso informato. «Gli argomenti da trattare sono molti, complessi: l’empatia, la comunicazione non violenta e come gestire i conflitti in classe». Non solo: occorre che la scuola preveda didattica alternativa. «Ma gli insegnanti sono pochi, le aule pure, come si fa?» È più comodo rinunciare.

«Da genitori ci rendiamo conto che la scuola oggi è concepita per essere affrontata con qualcuno che ti sostiene, ma se non ce l’hai? Né i ragazzi né gli insegnanti sanno a chi rivolgersi se c’è un problema», dice una mamma che è anche insegnante alle medie. «La scuola da sola non ce la fa, con le associazioni e con gli insegnanti cerchiamo di fare rete». Il problema è che «tutto è lasciato al caso, al sacrificio degli insegnanti, tutto dipende da noi».

Secondo questa madre il primo motivo per cui la scuola non funziona come ascensore sociale «è che è stata trattata dalle istituzioni come un’azienda e se si parte dal presupposto che si deve guadagnare si va nella direzione sbagliata». Le difficoltà sono ostinate. Ma anche la voglia di fare lo è. «Ho pianto perché mio figlio ha vinto un bando e gli hanno regalato un computer che noi non avevamo i soldi per comprargli», dice una mamma che vive a Licola, località nella zona Flegrea di Napoli. «Mio marito è paralizzato e i soldi li usiamo per le cure, non credevo che un progetto attraverso la scuola potesse farci questo regalo».

A Ostia, “pezzo” di Roma sul mare, in un liceo, un’insegnante parla di scuola come di un sistema fragile, attraversato da troppe variabili: dirigenti, organizzazione, progettualità, singoli docenti. «Alla fine quello che fa davvero la differenza è se ti prendi a cuore una situazione e la segui». Come quella volta in cui alle 8.30 del mattino è andata a cercare un paio di pantaloni lunghi per uno studente che si era presentato davanti alla commissione dell’esame di maturità con dei bermuda di lino. «Li aveva scelti con cura: per lui erano eleganti».

Il presidente di commissione, «che veniva da Roma centro», non la pensava allo stesso modo. “Così il ragazzo non può sostenere la prova scritta”, ha detto». I genitori non c’erano. «Gli ho portato i pantaloni, il ragazzo è entrato e ha fatto l’esame. Per molti sarà una follia ma per me anche questo è scuola». Oppure come quella volta che ha conosciuto A., figlio di un delinquente della zona. «L’ho capito subito, dal cognome». A. soffre di obesità e ha gli occhi tristi, è molto intelligente ma non sa quasi neanche leggere e scrivere.

«È evidente che è arrivato al primo anno di superiori senza che nessuno sia mai intervenuto». Dopo i primi mesi di scuola si “cimenta”, con alcuni compagni, nell’impresa di tirarsi giù dalla finestra del primo piano. Cade e si rompe una gamba. «Chiamiamo l’ambulanza e i genitori. Arriva il padre, tutti sanno chi è e non ci vuole parlare nessuno». Ma qualcuno deve dirgli che il ragazzo rischia la sospensione. «Mi risponde: “Ho iscritto mio figlio qua perché non deve fare la vita mia. Oggi ha fatto una stupidaggine ma io lo rimetto qua, voi non vi preoccupate”».

Il primo anno A. viene bocciato. «Tu non hai le competenze per andare avanti, gli ho detto, nella vita poi che fai?». Ricevuta la notizia per telefono, la madre si reca al colloquio e porta A. con sé. Il padre in quel momento è appena rientrato in carcere. «La donna con uno sguardo di odio mi chiede il perché della bocciatura. Ma prima di me risponde A.: “Mamma la professoressa mi vuole bene. Ha dato retta a papà, perché io devo studiare”. Fine della discussione». Mentre lo racconta le viene da piangere. A. si è iscritto di nuovo al primo anno e poi si è diplomato, adesso lavora, la professoressa lo sente spesso e sa che vorrebbe fare l’università.

«Se non è questo l’ascensore sociale, allora cos’è?» dice con la voce ancora rotta dall’emozione. «Questo significa avere un progetto. Ma devi essere credibile. Glielo devi dimostrare nei fatti che ce la può fare, non con le bugie». A volte il posto dove si nasce è una trappola da cui non si esce. «Non sempre basta la buona volontà di noi docenti». C.P.M. ha insegnato in una scuola media di Tor Bella Monaca, altra periferia di Roma. Ha trent’anni e insegna da cinque.

Si ricorda bene di F., un ragazzino con cui oggi non è più in contatto. «Veniva picchiato dal padre ed era a sua volta uno dei bulli della scuola, era molto intelligente e anche molto più grande della sua età». Un giorno, ricorda il professore, «mi viene a dire che di studiare altri cinque anni non gliene frega niente, ho provato a parlargli, a convincerlo, ma era impossibile trattenerlo». Nel pomeriggio F. si organizzava con i suoi amici, «faceva parte di quella che oggi chiamiamo baby gang e mica sono marachelle, commettono reati». C.P.M., scoraggiato, spiega di non essere mai riuscito a parlare con la famiglia di F. «Altro che sportello di ascolto, a volte è già tanto se si riesce a far capire ai genitori che il loro figlio è in difficoltà. Ho pensato tante volte alla necessità di una scuola aperta anche il pomeriggio, una scuola che va a prendersi i ragazzi a casa, altrimenti stanno in giro. E talvolta combinano guai seri».


Anche perché sono proprio le scuole medie il momento cruciale in cui le disuguaglianze si impongono in modo prepotente, soprattutto nella scelta della scuola superiore secondaria. «Questo passaggio segna un momento in cui la forbice si apre in maniera irreversibile tra chi ha e chi non ha», dice un’insegnante di sostegno in un istituto professionale di Bologna. «Non voglio dire che non si può più fare niente però quando i ragazzi si iscrivono al professionale è perché credono, e gli fanno credere, di non saper fare nulla». Si sentono «più scarsi» di tutti gli altri. «Io seguo delle classi con delle complessità che non immaginavo neanche prima di iniziare a lavorare a scuola». La professoressa segue una ragazza con disabilità. Sua mamma non sta bene, è psicologicamente molto fragile.

«D. nonostante il suo ritardo cognitivo è molto responsabilizzata, accompagna il fratello più piccolo a scuola, il padre alle visite mediche. È lei che si prende cura della famiglia. E tutto questo chiaramente toglie tempo al suo impegno scolastico», racconta. «D. è stata spinta verso questo indirizzo sia perché è una scuola molto pratica e quindi il carico di studio è ridotto, sia perché deve fare in fretta a portare dei soldi a casa». È fondamentale che ci siano insegnanti di sostegno dedicati agli alunni con disabilità e soprattutto con una formazione adeguata. C.P.M. prima di lavorare nella scuola media di Tor Bella Monaca aveva insegnato in un altro istituto, appena fuori da Roma. «Non ci si può nascondere: solo cinque anni fa gli studenti con disabilità erano a malapena considerati e paghiamo ancora oggi questo imperdonabile ritardo» dice. «In una scuola dove sono stato c’era un’orrenda pratica camuffata da “adibiamo un’aula per loro”. Il risultato erano ore di segregazione per questi ragazzi».


Un altro problema che la professoressa dell’istituto di Bologna evidenzia è che nonostante una circolare ministeriale preveda che il numero di studenti provenienti da altri Paesi in una classe non superi il 30% – per favorire l’integrazione ed evitare la formazione di “classi ghetto” – «mi trovo con due studenti italiani su 25». L’istituto, inoltre, non offre dei corsi di italiano come seconda lingua.

Capita anche il contrario. Capita di essere l’unica ragazza araba in tutta la scuola. È l’esperienza di H., 18 anni, egiziana, viene da una città vicino Alessandria ed è arrivata in Italia sei anni fa. «Scusa per l’italiano non sono madrelingua», dice. Il sorriso è larghissimo e il lucida labbra luccica. «Non mi sono trovata bene nella prima classe». Pausa per cercare le parole. Il sorriso è sempre lì, al suo posto. «Quando dicevo una cosa male ridevano, ma come faccio a parlare bene? Sono egiziana e sono appena arrivata. Poi ho cambiato classe e ho trovato persone gentili». Frequenta un liceo artistico al Tufello, quartiere di Roma. «Voglio fare architettura o design all’università», dice. Ci tiene a leggere un pezzo di un tema di italiano di cui è molto fiera. La prof. le ha messo cinque ma le ha detto che era molto bello. «Allora perché cinque?».

Il testo: “L’esperienza di vivere in paesi diversi, come dall’Egitto all’Italia, aiuta a comprendere quanto il contesto influenza il comportamento sociale. Per questo è fondamentale proteggere, curare, valorizzare tutti gli spazi che favoriscono la convivenza”.

Autore

Livia Paccarié, giornalista, ha scritto di cultura e diritti per testate come HuffPost Italia e The Hollywood Reporter, collabora con La7
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