Claim è una rivista bimestrale, gratuita e senza pubblicità che vuole dire poche cose ma dirle chiaramente. Sei numeri l’anno, ognuno con una rivendicazione chiara analizzata da una pluralità di voci.
TUTTE
LE LOTTE
SONO DI
CLASSE
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Il SUD
NON
STA
SOTTO
Fino a qualche anno fa chi era povero lo era perché non aveva un lavoro. Qualcuno sosteneva che la povertà fosse questione di pigrizia, o effetto di un welfare mal distribuito. Una raffigurazione comoda che scaricava sul singolo la responsabilità di un fallimento collettivo e alimentava quella retorica del merito che ancora oggi assolve dal doversi confrontare con le strutture che producono disuguaglianza.
Oggi invece si parla molto di lavoro povero, quasi sempre senza definirlo con precisione, quasi sempre senza indagarne le cause reali. Il rischio è che diventi una formula autoassolutoria, come se nascesse dal nulla invece che da scelte politiche precise, da un sistema fondato sullo sfruttamento. I dati restituiscono una fotografia inequivocabile, che chiama alla mobilitazione: quasi una persona su due, nei settori del terziario indagati, lavora e resta povera. È la misura di uno sfruttamento diffuso, che riguarda commesse, cameriere, addette alle pulizie, lavoratrici dei pubblici esercizi, e tanti altri. Le differenze territoriali aggravano il quadro e vanno denunciate con forza. Un divario che nessun tentativo di argomentazione può rendere accettabile. È la conferma che il lavoro povero è il prodotto di modelli d’impresa costruiti sulla svalutazione del lavoro, di territori lasciati senza presidio contrattuale e politico. Il rinnovo dei contratti nazionali e il contrasto ai contratti pirata rimangono strumenti importanti di giustizia territoriale e salariale, ma davanti al dilagare di un lavoro sempre più povero, mobilitazione e lotta convergente sono le uniche strade percorribili.
I numeri confermano che le donne restano più povere degli uomini in ogni settore. Parliamo dei comparti del lavoro di cura esternalizzato, del part-time involontario, degli appalti al ribasso, del lavoro nei weekend: ambiti dove il lavoro femminile è maggioritario. La povertà lavorativa delle donne è la forma che assume lo sfruttamento quando si intreccia con la segregazione occupazionale di genere, con un sistema patriarcale che resta funzionale a un capitalismo predatorio, e che va contrastato insieme sul piano sindacale e su quello politico, con la stessa forza.
Incidenza del lavoro povero (almeno una settimana lavorata)

La filiera del turismo tocca i picchi più estremi: al Sud e nelle Isole si arriva oltre l’80% di lavoratori poveri, una cifra che dovrebbe suscitare una mobilitazione immediata.
Il turismo muove miliardi e viene celebrato come risorsa strategica del Paese: molti dimenticano però che i profitti di questo settore si costruiscono proprio sulla compressione dei salari, sulla stagionalità strutturale, sul lavoro precario. Difendere chi lavora in questo settore significa mettere in discussione l’intero modello di sviluppo su cui il turismo italiano si regge. Non c’è traccia di progresso nell’andare in vacanza a spese di chi viene sfruttato.
Il lavoro povero è l’esito di un’asimmetria di potere strutturale, di un sistema che su quello squilibrio si regge e prospera da anni.

E il rinnovo nei tempi dei contratti resta il primo presidio contro il lavoro povero: è il terreno su cui la mobilitazione collettiva produce oggi i risultati più concreti, ma ci sono fronti di lotta altrettanto necessari, contro la discriminazione di genere, il razzismo, l’illegalità, la disumanità dilagante. Le conquiste si ottengono organizzando la lotta nei luoghi di lavoro, nelle filiere produttive, nei territori e nelle comunità resistenti, non sono concessioni regalate a un tavolo istituzionale.
È da lì, dalla capacità di costruire vertenza e conflitto, che si misura la forza reale di un’organizzazione sindacale, ma anche la possibilità di futuro di una comunità.
Autore
Di Fabrizio Russo
Denazionalizzare il Sud: una prospettiva ebraico-araba
Camille Lévy Sarfati
Micol, la prima volta che ci siamo incontrate, a Roma, nel settembre 2025, eravamo mosse dal desiderio di comprendere i rispettivi percorsi, che apparivano, a entrambe, piuttosto inconsueti: tu in Palestina, io in Tunisia. Ci siamo poi ritrovate, unite da una frattura comune, che potremmo riassumere attraverso le nozioni di sradicamento, vergogna e cancellazione, e che, nel corso degli anni, è divenuta per entrambe una forza orientatrice, quasi una spina dorsale. Questa conversazione prova a interrogare il concetto di Sud globale attraverso le nostre traiettorie personali e familiari. Per cominciare, vorrei chiederti di parlare della tua eredità di ebrea libica, del modo in cui ti è stata trasmessa, e in cui sei arrivata a farla tua.
Micol Meghnagi
I miei genitori arrivarono in Italia come apolidi nel 1967, dopo le rivolte panarabe contro la popolazione ebraica libica. Pensavano che sarebbero tornati in Libia pochi mesi dopo. Si sbagliavano. Non fu consentito loro di tornare e, da allora, nessuno tra noi ha mai solcato, e voluto solcare, quel tratto di mare.
La Libia già vive tra le mura della mia casa: nelle pietanze dello Shabbat, nei canti in arabo e in ebraico che mio padre e mia madre intonano nei giorni di festa e in quelli di lutto. Mi torna alla mente un passo di Edgar Morin in I miei demoni, quando tenta di spiegare l’identità del padre: cittadino francese naturalizzato, nato nel 1894 a Salonicco, allora città ottomana, poi greca dopo il 1911.
«“Dunque era greco?”, gli chiedevano. No, perché quando era nato Salonicco era ottomana. “Allora era turco?”. No, perché era di origine spagnola. “Allora era spagnolo?”. No. Era impossibile dire, o forse persino comprendere, quale fosse la sua nazionalità originaria. Era semplicemente di Salonicco: figlio di una città non ancora pienamente assorbita dallo Stato-nazione, e abitata in larga parte da discendenti dagli ebrei espulsi, insieme ai musulmani, dalle monarchie cattoliche iberiche, tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento».
Ritrovo, nelle parole di Morin, quelle di mio padre. Tripoli, e non Libia. Tripoli, è la città in cui la mia famiglia ha vissuto per secoli, muovendosi da Gerusalemme a Beirut, passando per Il Cairo. Le mie radici abitano dunque in una condizione di sospensione, in un’appartenenza mai definitivamente compiuta. Non a caso, l’esperienza che accomuna le nostre storie famigliari resiste a una definizione univoca. Ebrei arabi, nella lingua scelta da una parte della scuola postcoloniale; ebrei mizrahi, nella tassonomia sionista. E ancora: ebrei del mondo arabo, ebrei sefarditi, ebrei dell’Islam, ebrei afroasiatici, ebrei del Terzo Mondo. È una identità che esiste nel mezzo. Che ci costringe a rifiutare la separazione netta tra ebrei e arabi, tra Est e Ovest. È una condizione intermedia che ci obbliga a riconoscere che le identità non sono entità pure o naturali, ma il risultato di processi storici di differenziazione e contaminazione reciproca. In questa direzione si colloca un pensiero critico del nazionalismo, alla ricerca di un sapere della differenza mai essenziale, capace di mostrare come le distinzioni tra loro e noi, siano costruzioni dinamiche, mai assolute e mai date una volta per tutte.
La storia degli ebrei provenienti dai paesi arabi è stata mobilitata per fare da contrappeso alla Nakba, come se la spoliazione degli ebrei arabi potesse attenuare le rivendicazioni palestinesi di ritorno
Camille Lévy Sarfati
Mi colpisce ciò che dici sulla tua mancanza di desiderio di ritorno. È una vera assenza? O una forma di rassegnazione di fronte alla violenza passata e presente che attraversa quel paese? È come se il tuo ritorno all’arabità – contro le forze di assimilazione attive negli Stati-nazione europei – ti avesse condotta verso l’impegno in Palestina. Naturalmente, la storia degli ebrei di Tunisia è diversa da quella degli ebrei di Libia, benché circolazioni e scambi abbiano plasmato per secoli, se non millenni, la vita delle nostre comunità, fino alla creazione dei confini nazionali da parte dei colonizzatori e alla loro perpetuazione nei regimi postcoloniali. Nel 1967 anche la Tunisia fu scossa da rivolte antiebraiche e conobbe una nuova ondata migratoria, ma non la prima: il Paese era già stato in larga parte svuotato della sua popolazione ebraica. La mia famiglia lasciò la Tunisia nel 1957, un anno dopo l’indipendenza. Una parte della famiglia era arrivata dall’Algeria alla fine del XIX secolo e possedeva già la cittadinanza francese in virtù del decreto Crémieux, promulgato nel 1870, che dichiarava francesi gli “israeliti indigeni” d’Algeria. Una logica di domesticazione e distinzione politico-amministrativa fondata su fattori religiosi: ciò che Mahmood Mamdani definisce produzione di minoranze permanenti.
Le nostre comunità divennero intermediari tra colonizzatori e colonizzati: minoranze privilegiate, ma nondimeno colonizzate. Tutto questo prefigurava ciò che sarebbe accaduto dopo l’indipendenza. A spingermi a desiderare il ritorno, furono il senso di vergogna di mia madre, in un contesto francese profondamente razzista, e il tabù soffocante sulla nostra storia familiare. Per i miei familiari è difficile rispondere alla domanda: perché siete partiti? Anzitutto perché mancano loro le parole: è stato ripetuto così spesso che non parlavano bene da indurli al silenzio. Poi perché la partenza avvenne in un contesto di grande confusione. Alla vigilia dell’indipendenza, nel campo anticoloniale erano già in atto processi di costruzione dello Stato e della nazione, che implicavano omogeneizzare, appiattire e cancellare narrazioni, lotte, figure e archivi dei gruppi minoritari. È come se tutte le forze si fossero congiunte per produrre la scomparsa dei nostri mondi immemorabili: il colonialismo francese, con le sue politiche di acculturazione e divisione; il nazionalismo ebraico, che già dagli anni Trenta inviava emissari per spingere le comunità ebraiche extraeuropee, soprattutto le più marginalizzate, a emigrare in Palestina; e infine il nazionalismo arabo, con politiche più o meno esplicite di marginalizzazione ed esclusione. In Je vous écris d’une autre rive, Sophie Bessis formula un passaggio particolarmente eloquente: «La convergenza di interessi tra i due nazionalismi, arabo ed ebraico, permise al giovane Stato ebraico di costruire una base popolare. L’uno voleva liberarsi dei suoi ebrei; l’altro ne aveva bisogno». Il mio ritorno in Tunisia, sessant’anni dopo la partenza della mia famiglia, quando nessuno vi aveva più fatto ritorno, è stato dunque un gesto politico: un modo per oppormi alla dicotomia ebreo/arabo imposta dal colonialismo e dal nazionalismo, che ci costringerebbe a rinunciare a una parte di noi stessi. E per rifiutare l’idea di ritorno promossa dall’ideologia sionista attraverso il concetto di kibbutz galuyot, il “raduno degli esiliati”, e dalla Legge del ritorno del 1950, che attribuisce agli ebrei il diritto di acquisire la cittadinanza israeliana, mentre ai palestinesi in esilio dal 1948 è negato ogni diritto al ritorno. Per me, come te, significa anche liberarmi dalla nozione di territorio, perché porta con sé l’idea di appropriazione e occupazione dello spazio. Si tratta piuttosto di riappropriarsi del paesaggio, della lingua, delle forme e delle parentele sottratte; di ricostruire alleanze, fiducia e solidarietà. Da qui due domande. La prima: come sviluppare forme di immaginazione politica capaci di porre fine al paradigma etnonazionale moderno, coloniale nella sua natura? La seconda: in tempi tragici, in cui le visioni binarie proliferano, come creare spazi di organizzazione politica capaci di riconoscere le molteplici forme di oppressione e violenza che agiscono nelle società un tempo colonizzate, in particolare nel Sud globale?
Il mio ritorno in Tunisia è stato un gesto politico: un modo per oppormi alla dicotomia ebreo/arabo imposta dal colonialismo e dal nazionalismo, che ci costringerebbe a rinunciare a una parte di noi stessi
Micol Meghnagi
In realtà, sogno spesso di andare in Libia. Andare? O tornare?
Con l’ascesa al potere di Gaddafi, la presenza ebraica in Libia, già devastata dalle violenze antiebraiche tra il 1948 e il 1967, fu definitivamente espulsa dal corpo politico della nazione. Il suo regime revocò la cittadinanza agli ebrei libici, abolì il loro diritto al ritorno e nazionalizzò le proprietà delle famiglie espulse. Tuttavia, queste politiche di esclusione furono poi integrate, in modo opportunistico, nelle narrazioni sioniste. La storia degli ebrei provenienti dai paesi arabi è stata ripetutamente mobilitata come contrappeso alla Nakba, come se la spoliazione degli ebrei arabi potesse in qualche modo attenuare le rivendicazioni palestinesi di ritorno, restituzione e giustizia. Così facendo, questa narrazione non nega soltanto la storia dei palestinesi; sottrae anche agli ebrei arabi la propria, strappando le loro memorie alle società a cui appartenevano e ricollocandole dentro una cornice nazionalista incapace di accogliere ambiguità, perdita o legami irrisolti. È quindi necessario resistere a due narrazioni politicamente convenienti: da un lato, quella del nazionalismo arabo, che elude le proprie responsabilità nella violenza subita dagli ebrei arabi, rifugiandosi nel mito fallace di una convivenza armoniosa interrotta soltanto dal sionismo. Dall’altro, quella sionista, che fonda la liberazione ebraica su una rottura definitiva con l’Oriente. In questo senso, la storia degli ebrei arabi, il “terzo incomodo”, al margine dal- le narrazioni dominanti, potrebbe offrire una chiave per immaginare un futuro decoloniale in Palestina.
È possibile, anzi probabile, che le mie molteplici radici mi abbiano portata in Palestina. Non credo possa esistere alcun processo di pensiero, o alcun percorso politico, senza esperienza personale. E qui arrivo al secondo punto: comunità. Costruire legami, ricomporre l’infranto – per utilizzare un concetto di Walter Benjamin – tentare di attraversarne i confini, è già una forma radicale di immaginazione politica. Per quasi un decennio, ho viaggiato tra l’Italia e la Palestina, organizzando centinaia di delegazioni, nel tentativo di tracciare territori di comunanza come fondamento della responsabilità verso l’altro. Durante la nostra prima conversazione, abbiamo discusso se fosse necessario mobilitarci politicamente in quanto ebree. È una questione che per me rimane aperta. Le politiche dell’identità possono riprodurre quelle forme di separazione che tentiamo di superare. L’identità dovrebbe essere un punto di partenza, mai un punto di arrivo, e soprattutto, mai un lasciapassare morale. Al tempo stesso, comprendo la forza dell’organizzarsi intorno a un’identità quando viene negata e strumentalizzata. C’è qualcosa di potente nel rivendicare un’identità ebraica che rifiuta l’etnonazionalismo e si pone in solidarietà con i palestinesi.
Una delle prime lezioni degli spazi politici è che non ne esistono di sicuri. Questo non significa rinunciare a costruirne, ma anzi, continuare ad immaginarli e ad abitarne le fragilità.
La liberazione non è solo dal colonialismo: richiede anche di affrontare strutture di dominio e gerarchie presenti in ogni società. La dicotomia Nord/Sud può servire come scorciatoia politica, ma rischia di comprimere traiettorie diverse entro un’unica astrazione geopolitica, irrigidendosi in mappe morali e riproducendo il binarismo coloniale. La nozione di dislocazione empatica elaborata da Dominick LaCapra offre allora una via per pensare il riconoscimento dell’alterità traumatica senza rinunciare alla propria, rimanendo al contempo vigili di fronte quelle asimmetrie che strutturano le rispettive esperienze.
Camille Lévy Sarfati
Ciò che mi interessa nelle tue parole, e nei nostri percorsi, è la loro dimensione collettiva: il desiderio di costruire alleanze, ricucire legami perduti e ricostruire fiducia. Non è un compito da poco. Non solo perché Israele si è costituito come rappresentante degli ebrei del mondo, tenendo in ostaggio le nostre voci e le nostre storie, ma anche perché il nazionalismo dilaga ovunque, incluso nel Sud. Le politiche xenofobe contro i neri che attraversano le società nordafricane ne sono uno degli esempi più terribili. Tornare in Nord Africa significa confrontarsi non soltanto con l’incredulità delle famiglie, ma anche con la diffidenza delle società a cui proviamo a riavvicinarci. Ricostruire la fiducia è una lotta lunga, collettiva e transnazionale, da intraprendere con dedizione e umiltà, rendendo visibili i nessi tra le molte forme di oppressione che colpiscono i nostri paesi. Se come fai notare tu non esistono “spazi sicuri” in senso pieno, possiamo comunque lavorare alla creazione di spazi di condivisione e immaginazione. In quanto ebrei arabi, credo abbiamo il dovere collettivo di produrre narrazioni alternative al sionismo, rappresentazioni e contro-cartografie capaci di trasformare la realtà. Una responsabilità, come direbbe Thania Petersen, di concepire una storia rituale, sensoriale e culturale più che nazionale; e di formulare un pensiero tremante, anti-egemonico, informato dall’intermedietà e dall’identificazione complessa, stratificata e multidirezionale che portiamo con noi. Se prendo parola e mi mobilito in quanto ebrea, è perché credo che la traccia, il gesto e il rituale siano spazi politici di sopravvivenza. È anche perché gli ebrei antisionisti possono incrinare dall’interno il sistema sionista, a condizione di costruire un movimento di massa nelle nostre comunità. Infine, perché la posizione degli ebrei arabi, all’intersezione di molteplici appartenenze, può aiutarci, sotto la guida dei nostri compagni palestinesi, a immaginare un futuro libero e condiviso. Poiché mi hai lasciato il compito arduo di concludere, lo farò con le parole di Édouard Glissant in La Cohée du Lamentin: Poétique V, per ribadire la necessità, nella lotta per la liberazione collettiva, di abbandonare il pensiero dogmatico:
«Il pensiero tremante ci preserva dai pensieri di sistema e dai sistemi di pensiero. Non presuppone paura né incertezza; si estende all’infinito come un uccello innumerabile, con le ali seminate del sale nero della terra. Ci ricompone nella diversità assoluta, in un turbine di incontri. Un’utopia che non si fissa mai e si apre al domani, come un sole e un frutto condivisi».
Di Micol Meghnagi, Camille Lévy Sarfati
La feticizzazione del corpo nero femminile è il risultato della violenza e del rafforzamento degli stereotipi coloniali che si sono sviluppati dall’Europa alle Americhe. In quelli che oggi sono gli Stati Uniti, ad esempio, le donne nere che venivano schiavizzate e sfruttate nei campi da lavoro dai padroni bianchi, venivano spesso violentate e utilizzate come schiave sessuali, oltre che corpi da riproduzione per generare nuovi schiavi. Anche quando gli schiavisti bianchi venivano colti in flagrante durante la violenza, la colpa ricadeva sulla donna nera che aveva subito l’abuso, poiché li aveva “sedotti”. Come viene spiegato nell’articolo “The Jezebel Stereotype” del sito del Jim Crow Museum (che prende il nome dalle Leggi Jim Crow, con cui venne istituzionalizzata la segregazione razziale nel diciannovesimo secolo), non è un caso che la donna nera venisse spesso associata o rappresentata con la figura di Jezebel, ossia una figura biblica stereotipata, peccatrice e dedita alla lussuria. All’idea di inferiorità razziale che veniva attribuita alle persone nere, si aggiungeva anche il ruolo imposto di oggetto sessuale, utile solo per sfogare le violenze e le frustrazioni libidiche dei loro padroni. Non solo, si legge, nell’articolo:
«Lo stereotipo di Jezebel fu utilizzato durante la schiavitù come giustificazione per i rapporti sessuali tra uomini bianchi e donne nere, in particolare per le unioni sessuali tra schiavisti e schiave. Jezebel veniva descritta come una donna nera con un appetito sessuale insaziabile […]. Si sosteneva che la Jezebel dell’era della schiavitù desiderasse rapporti sessuali con gli uomini bianchi; pertanto, gli uomini bianchi non dovevano violentare le donne nere. James Redpath […], nientemeno che un abolizionista, scrisse che le donne schiavizzate erano ‘gratificate dalle avance criminali dei sassoni’ […]».
È uno stereotipo che si può ritrovare anche nella percezione dei coloni fascisti italiani nei confronti delle donne che abitavano nei paesi occupati del Corno d’Africa. L’Italia, infatti, che rispetto ai temi del colonialismo, e ai retaggi che derivano da quel sistema di oppressione, continua a percepirsi “migliore” di Paesi come Francia e Inghilterra, ha avuto un ruolo brutale nell’appropriazione dei corpi delle donne nere, spesso definite come sciarmutte o madame. Mentre la sciarmutta era la versione italianizzata di una parola araba, ossia sharm ta (prostituta), la madama era colei che coabitava con il proprio padrone. Queste relazioni venivano raccontate come svago per gli italiani colonizzatori, possedere una madama era un lusso, come scrive Sandra Ponzanesi. Tra i soldati fascisti, non mancava la diffusione di souvenir fotografici, in cui le protagoniste venivano chiamate “Veneri Nere”: raffiguravano donne nere nude e questa tipologia di rappresentazione contribuì a creare un immaginario tutto italiano ed esotizzante su una presunta predisposizione sessuale delle donne – e bambine adultizzate – africane a prostituirsi, o meglio ancora ad essere pronte a soddisfare ogni desiderio dell’uomo bianco. L’ex colono, e giornalista, Indro Montanelli che fino al 2000 scriveva in una rubrica chiamata La stanza di Montanelli sul Corriere della Sera, giustificava la sua relazione, che di fatto fu una forma di violenza di genere coloniale, con una bambina di origine eritrea di nome Destà che aveva tra i 12 e i 14 anni. Secondo Montanelli, e il pensiero coloniale tutto, lì le bambine erano già donne adulte che potevano quindi essere comprate e usate come serve. Nel 1972, durante un’intervista televisiva a Indro Montanelli nel corso del programma L’ora della verità di Gianni Bisiach, Elvira Banotti, giornalista, scrittrice e attivista femminista di origine eritrea, è intervenuta dicendo: «In Europa si direbbe che lei ha violentato una bambina di dodici anni, quali differenze crede che esistano dal punto di vista biologico o psicologico in una bambina africana?». Montanelli non solo rispose che il suo comportamento non prevedeva alcun tipo di violenza, ma che, come più volte ribadito nella stessa intervista, in «Africa era un’altra cosa». Ciò dimostra che bambine nere e bambine bianche non venivano viste allo stesso modo: le ragazze e le bambine nere erano, e sono tutt’ora, spesso vittime di quello che prende il nome di adultification bias, ossia un fenomeno per cui le ragazze e le bambine, in questo caso attraverso anche una lente razziale, vengono considerate non solo già più grandi, ma più disinibite dal punto di vista sessuale e più colpevoli rispetto alle loro coetanee bianche.
I corpi delle donne nere nel cinema italiano
Se da un lato la decolonizzazione indica il processo con cui i Paesi si liberano da oppressori e sistemi di potere stranieri che occupano territori, dall’altro si tratta anche di un processo che dovrebbe includere la decostruzione della percezione che gli altri hanno dei corpi delle persone che hanno subito quella forma di oppressione. Tale decostruzione, però, richiede un lavoro culturale omnicomprensivo che può avvenire anche tramite la rappresentazione visuale delle persone nere nei media e, in quest’ultimo caso, anche l’Italia ha incluso persone nere, ad esempio, nei film. Tuttavia, è necessario analizzare in che modo è stato fatto e se davvero siano serviti a rompere con la percezione coloniale che si aveva in passato. Ad esempio, negli anni ‘70 divenne famosa l’attrice e poi produttrice cinematografica italiana di origine eritrea Zeudi Araya, la quale, da un lato, rappresentò un enorme passo avanti per il cinema italiano, considerando la presenza quasi nulla (o comunque stereotipata o macchiettistica) delle persone nere sul grande schermo. Dall’altro, i ruoli scritti per le sue interpretazioni, almeno nella prima fase della sua carriera, seguivano quasi tutti lo stesso pattern: la Venere Nera, Jezebel o persino “strega” (così veniva chiamata nel film La Peccatrice) che disturbava l’assetto sociale, che rovinava la famiglia bianca e alto-borghese di un protagonista bianco che puntualmente si invaghiva di lei. «La pubblicità dei film insisteva sulla sua pelle, sulla sua fisicità, sulla sua provenienza da un altrove che l’Italia aveva colonizzato e poi perduto. In quel perduto c’era qualcosa che i film cercavano di recuperare, senza dirlo», scrive la ricercatrice Asha Salim nell’articolo «Il cinema italiano non sa ricordare Zeudi Araya», su Internazionale.
In un documentario realizzato da Fred Kuwornu, regista italo-ghanese, dal titolo Blaxploitalian – 100 Years of Blackness in Italian Cinema (2016), le attrici afroitaliane intervistate hanno affermato che poco era cambiato rispetto agli anni ‘70: i ruoli scritti per loro erano sempre e comunque quelli di prostitute, babysitter o domestiche, con scarso protagonismo e quasi sempre mute.
La feticizzazione del corpo nero femminile è il risultato della violenza e del rafforzamento degli stereotipi coloniali che si sono sviluppati dall’Europa alle Americhe
Microaggressioni e stereotipi quotidiani
Se da un lato la rappresentazione mediatica può contribuire a sfatare miti e stereotipi, dall’altro, può contribuire a confermarli: ad oggi gli stereotipi di genere che colpiscono noi donne nere sono ancora gli stessi. Quando si parla di violenza di genere e molestie, è impossibile parlare di tutte le soggettività socializzate come donne senza prestare attenzione agli elementi che possono accompagnare un certo tipo di approccio o di violenza. La pelle nera delle donne viene percepita come terreno di conquista, più che una caratteristica, come tante altre, di una persona. Nella maggior parte dei casi, gli approcci che vengono utilizzati non sono uguali a quelli usati per le donne bianche. Non che in quanto donne non si subiscano approcci o molestie sgradevoli, a prescindere dalle proprie origini, ma fare leva sul colore della pelle, in questo tipo di approccio non è altro che oggettificazione, e secondo questa logica, tutte le donne nere sarebbero uguali e abbordabili, o “facili”. Nei vari tentativi di approccio, il punto non è la donna nera come persona ma la pelle che ricopre il suo corpo.
Il punto non è chi è davvero, ma confermare gli stereotipi che la persona che tenta un primo approccio con lei ha sentito dire sulle Ebony (categoria pornografica) o sull’Africa in generale, presa come un tutt’uno indefinito. E senza contare che la persona con cui si sta parlando potrebbe non aver mai messo piede nel continente in questione perché nata e cresciuta in Italia. Fermo restando che ognuna è libera di gestire le proprie relazioni come meglio crede e nel pieno della propria autodeterminazione, lo stereotipo razziale si innesca nel momento in cui si dà per scontato che l’eventuale predisposizione di una donna nera a concedersi sia automaticamente il riflesso di tutte le altre solo perché le accomuna il colore della pelle.
Vivere nell’intersezione di razza e genere quindi, comporta non solo far fronte agli stereotipi descritti finora, ma anche al razzismo istituzionale di un Paese che, ad esempio, continua a considerarle meno italiane perché nate con il “sangue sbagliato” (in virtù di una legge sulla cittadinanza, la n. 91 del 1992, basata sullo ius sanguinis e sull’acquisizione della cittadinanza, a patto di soddisfare requisiti molto stringenti e attraversando un limbo burocratico fatto di ostacoli, dopo 18 anni, se si nasce nel Paese). Questa “non appartenenza imposta” comporta quindi il dover quasi sempre spiegare il motivo per cui ci si trova qui, rispondendo a frasi apparentemente innocue ma che puntualmente ristabiliscono ruoli, ridefiniscono confini. In quanto donne nere si sa già che, il più delle volte, rispondere «di Roma» o «di San Benedetto del Tronto» alla domanda «di dove sei?» non basta mai, in un Paese che continua a non voler riconoscere persone di vari background come parte integrante del tessuto sociale. Solitamente la conversazione prosegue con l’interlocutore/trice che chiede insistentemente «Sì, ma di dove sei veramente?». Per quanto possa esserci della genuina curiosità dietro a una domanda simile, è impossibile non notare come tale domanda non venga generalmente posta ad altre persone bianche (che pur potrebbero essere di origine svedese, danese o rumena), proprio perché le caratteristiche fisiche white passing rappresentano il default del sistema sociale e culturale italiano.
Essere donne nere in Italia comporta ancora oggi subire l’effetto di retaggi coloniali mai decostruiti e di microaggressioni quotidiane dettate dagli stereotipi. La pelle nera è stata, ed è tuttora, oggetto di discriminazioni, feticizzazioni e pregiudizi. Tuttavia, sebbene rimanga l’involucro con cui come donne nere ci presentiamo, non è nemmeno possibile ridurlo ad unica caratteristica della nostra personalità (oltre che dei nostri lavori e interessi). Non fossimo in una società strutturalmente razzista, il colore della pelle sarebbe una caratteristica come un’altra, eppure, una delle funzioni del razzismo è proprio la distrazione, poiché come persone nere ci troviamo quotidianamente a dover smentire stereotipi, correggere pregiudizi, giustificare il perché della nostra presenza qui. E questo avviene perché decostruire il razzismo richiede uno sforzo che, in ogni caso, gran parte della controparte bianca non è ancora disposta a fare. La maggioranza bianca non deve solo cambiare lo sguardo che ha nei nostri riguardi, ma assumersi la responsabilità di autocriticarsi e mettere in discussione il sistema in cui vive, sotto l’aspetto storico, sociale e culturale.
Autore
Di Oiza Q. Obasuyi
Num 3 - NESSUNO LAVORA DA SOLO
Non ho sempre avuto chiarissimo il significato della parola comunità.
Pensavo di si. Ci sono cresciuto dentro, l’ho vista nel mio quartiere, l’ho sentita a momenti. Ma non ne ho compreso a pieno il potere finché tutto intorno a me non è cominciato a crollare. Finché non ho visto cosa succede quando le persone vengono spinte al limite e sono costrette a scegliere tra restare in silenzio o resistere insieme.
Nel 2020 lavoravo in un magazzino Amazon a Staten Island. Il mondo si stava fermando, ma noi no. Ci avevano etichettati come “lavoratori essenziali”. Ci presentavamo ogni giorno mentre la paura del Covid-19 si diffondeva più velocemente del virus stesso. Ma essenziali per chi? Essenziali per il sistema che doveva continuare a girare. Essenziali alla logica del profitto. Essenziali a una macchina che non si ferma, qualunque sia il costo.
All’interno del magazzino, le persone si ammalavano. Il Covid era lì. Il management lo sapeva. Ma invece della trasparenza, hanno scelto il silenzio. Dicevano che era per evitare il panico. Ma quello che stavano davvero facendo era negare alle persone il diritto di proteggersi e di prendere decisioni informate sulla propria vita.
Io ero un supervisore. Avevo accesso a informazioni che altri non avevano. E dovevo fare una scelta. Stare zitto, proteggere la mia posizione, guardare dall’altra parte. Oppure parlare, essendo perfettamente consapevole del costo che implicava. Mi mandarono a casa in quarantena non appena misi in discussione il loro modo di gestire la situazione, sperando che la distanza mi facesse tacere. Ma il silenzio non era più un’opzione. Troppe persone erano a rischio, non solo i lavoratori, ma anche le loro famiglie e le loro comunità.
Così parlai. E quando lo feci, qualcosa cambiò. I lavoratori cominciarono a parlarsi, a condividere quello che sapevano, quello che sentivano, quello di cui avevano paura. Fu allora che capii qualcosa di importante: nessuno di noi avrebbe dovuto portare questo peso da solo.
Quando mi licenziarono me ne sarei potuto andare. Era quello che si aspettavano. È così che funzionano questi sistemi. Isolano, intimidiscono, rimuovono il problema. Ma quello che non capivano è che a quel punto non ero più solo io. Avevamo già cominciato a costruire qualcosa. Io, Derrick Palmer, e tanti altri. Persone stanche di essere trattate come numeri. Persone che sapevano che, se l’azienda non le avesse protette, si sarebbero dovute proteggere da sole.
Ci organizzammo fuori dal magazzino. Parlavamo con i lavoratori durante le pause. Ascoltavamo più di quanto parlassimo. Abbiamo costruito una fiducia reciproca passo dopo passo, con intenzione. È così che si costruisce una comunità. Non dall’oggi al domani. Non attraverso gli slogan. Attraverso la presenza. L’azienda reagì duramente. Investì milioni per fermarci. Portò gli union buster, delle figure interne pensate per indebolire i sindacalisti. Hanno cercato di dividerci e isolarci, più volte.
Se i lavoratori si sentono soli, non reagiscono. Se non si fidano l’uno dell’altro, non si organizzano. Se non si organizzano, non cambia niente. Ma qualcosa era già stato messo in moto. La verità non poteva più essere nascosta. Le persone cominciarono a capire che la loro sicurezza, la loro dignità, il loro futuro, erano legati alla persona che stava accanto a loro.
Il nostro sindacato non è nato da una voce sola, ma da molte. Non da un singolo leader, ma da una decisione collettiva di resistere insieme. Quando vincemmo, non fu solo una vittoria contro una multinazionale. Fu la prova di qualcosa di più profondo. Che anche contro una delle aziende più potenti del mondo, i lavoratori uniti possono creare qualcosa di nuovo.
Da allora, il mio mondo si è espanso. Ho viaggiato. Ho parlato con studenti, lavoratori, organizzatori. Ho presidiato i picchetti sotto la pioggia. Sono stato accolto in comunità che sembravano casa mia anche quando si trovavano a migliaia di chilometri di distanza. E ovunque vada, vedo la stessa cosa. Quella stessa scintilla. Un bisogno di giustizia e di cura collettiva.
L’ho vista negli occhi di chi si batte per i migranti nei centri di detenzione negli Stati Uniti e negli occhi dei migranti costretti a fuggire da Paesi resi instabili dagli stessi sistemi che ora li rinchiudono. Persone a cui è stato tolto tutto che continuano a tener fede alla propria dignità e trovano modi per resistere. L’ho vista nel popolo palestinese che, generazione dopo generazione, continua a vivere, ad amare, a ridere, anche quando il cielo stesso diventa una minaccia. La loro stessa esistenza è resistenza.
L’ho vista in Sudan, dove le voci continuano a sollevarsi anche quando il mondo si rifiuta di ascoltare. L’ho vista a Cuba, dove decenni di blocco non hanno spezzato lo spirito del popolo.
L’ho vista in Italia, dove i lavoratori hanno bloccato tutto in nome della solidarietà. Dove le comunità occupano spazi per dare una casa a chi è stato lasciato indietro. Lingue diverse. Storie diverse. Lotte diverse. Ma la stessa verità. Nessuno lotta da solo.
E nella mia vita ho sentito questa verità in modi che non dimenticherò mai. Poche settimane fa sono stato detenuto rientrando da un viaggio a Cuba. Nel giro di minuti, le persone erano già in movimento. Non ore. Minuti. Le persone hanno cominciato a fare telefonate, a organizzarsi, a presentarsi all’aeroporto per assicurarsi che non fossi lasciato solo lì. Gli avvocati erano subito pronti ad agire. Le persone condividevano informazioni, facevano pressione, si coordinavano tra le città.
Quando è stata l’occupazione israeliana a trattenermi, c’erano persone pronte ad accogliermi in Giordania. Avvocati nella Palestina occupata che si battevano per la mia liberazione. Persone in tutta Europa e qui negli Stati Uniti che amplificavano, spingevano, rendendo evidente che non ero solo. Un tipo di risposta del genere avviene perché le persone conoscono la loro forza. Perché capiscono cosa portano al tavolo. Perché la fiducia è già stata costruita. Ecco come si manifesta la comunità. Non solo quando fa comodo, ma quando conta davvero.
Ed è esattamente quello che stiamo vedendo negli Stati Uniti in questo momento. Mentre i diritti vengono erosi, mentre la destra consolida il potere, mentre sistemi come l’Ice arrivano in tutto il Paese, le comunità non stanno a ferme. Si stanno adattando.
In città come Los Angeles e Minneapolis le persone stanno organizzando reti per rispondere rapidamente alle minacce dell’Ice, per proteggere i propri vicini. Quando avvengono le retate, le informazioni si diffondono velocemente. Le persone escono di casa e vanno sul posto. Documentano. Intervengono dove possono. Rendono chiaro che nessuno sarà portato via in silenzio.
Se i lavoratori si sentono soli, non reagiscono. Se non si fidano l’uno dell’altro, non si organizzano. Se non si organizzano, non cambia niente
E proprio come le comunità, si stanno evolvendo anche i sistemi che cerchiamo di combattere. Le tattiche cambiano. La sorveglianza aumenta. La pressione si intensifica. Il che significa che anche la nostra resistenza deve evolversi. Quello a cui stiamo assistendo non è solo protesta. È coordinamento. È conoscenza condivisa che si muove da un quartiere all’altro, da una città all’altra.
È questo che fa sopravvivere i movimenti. È per questo che dobbiamo restare vigili. Per questo dobbiamo continuare a imparare gli uni dagli altri, non solo localmente ma globalmente. Perché i sistemi contro cui stiamo lottando sono globali e lo è anche la nostra resistenza.
I movimenti dei lavoratori fanno parte di questa stessa lotta. C’è tanto che possiamo imparare da chi è venuto prima di noi. Ma dobbiamo anche farli evolvere per rispondere alla realtà di oggi. Soprattutto per i lavoratori più giovani. Le nuove generazioni si affacciano in un mondo dove la stabilità non è garantita, dove lo sfruttamento è normalizzato, dove l’isolamento è incoraggiato. Ma hanno anche a disposizione strumenti efficaci per connettersi e organizzarsi.
Devono solo sapere che è possibile. Devono sapere che non devono farcela da soli.
La cosa più preziosa che ho non è una piattaforma. Non è il riconoscimento. Non è nemmeno la mia voce. È la mia comunità. Le persone che si fanno vedere. Le persone che organizzano dietro le quinte. Le persone che amplificano, che donano, che mi stanno vicino con la pioggia o col sole, che condividono le loro conoscenze per far emergere gli altri. Sono in grado di fare quello che faccio grazie a loro. Perché nessuno lavora da solo.
Ci sono stati momenti in cui il sistema ha cercato di reagire. In cui sono stato interrogato, monitorato, in cui hanno fatto pressione su di me. E invece di farmi arretrare, questo mi ricorda che quello che stiamo costruendo è reale. Perché il potere reagisce solo quando si sente minacciato.
E si sente minacciato dalle persone che sono connesse.
Sono arrivato a credere che in questo mondo ci sia più bene di quanto ci venga fatto credere. Ho visto persone rischiare troppo per qualcosa di più grande di loro stesse. Ho visto persone scegliere il supporto reciproco davanti alla paura. È lì che inizia il cambiamento.
La classe lavoratrice non è una minoranza. è composta da miliardi di persone in tutto il mondo. Persone che si svegliano ogni giorno e lavorano per mandare avanti tutto. Siamo noi a detenere il potere reale. E quando quei miliardi cominceranno a riconoscersi, a organizzarsi, a muoversi insieme, niente potrà fermarli.
Allora, da dove cominciamo? Parliamo con i nostri colleghi. Ascoltiamo. Costruiamo fiducia. Tendiamo la mano. Perché il tuo benessere è legato al mio. La tua lotta non è separata dalla mia. Ricordiamoci che tutto quello che abbiamo ottenuto, lo abbiamo ottenuto insieme. E tutto quello che otterremo arriverà nello stesso modo.
La lotta è ereditata. La nostra resilienza è ereditata. Siamo il prosieguo di ogni persona che prima di noi si è rifiutata di stare in silenzio. E la portiamo avanti. Siamo come fiori selvatici che crescono tra le fessure del cemento. Per quanto grande sia la pressione che ci viene posta sopra, troviamo il modo di alzarci. Senza di noi, non c’è niente. Senza persone che si uniscono, non abbiamo niente. Continueremo a costruire. Continueremo a connetterci. Continueremo a trovarci. Dobbiamo alzarci. Dobbiamo reagire. Dobbiamo sacrificarci per il bene comune. E finché lo faremo, non perderemo mai. La rivoluzione che vogliamo raggiungere inizia da noi stessi. Perché non eravamo mai stati destinati a farlo da soli. Potere a tutti i popoli oppressi del mondo.
Autore
Di Chris Smalls
Franco Berardi (Bifo) Dice qualcuno che sono pessimista, ma non capisco il significato di questa parola. Qua sotto dirò sinteticamente quel che penso di me (ammesso che ve ne importi qualcosa e credo di no). Nel secolo ventesimo, sin da giovanissimo, pensavo che il lavoro fosse una maledizione inutile dalla quale il genere umano poteva liberarsi grazie alla tecnologia e alla solidarietà di classe. Quando avevo venti anni andavo davanti ai cancelli delle fabbriche di Bologna, Torino e Milano (il treno era gratis perché non pagavo il biglietto e il controllore era spesso un compagno e non mi faceva la multa). Andavo davanti ai cancelli a distribuire volantini che raccontavano esempi del rifiuto del lavoro e dell’allegra vita dei proletari giovani ribelli. «Che l’amicizia guidi l’intelligenza e che l’intelligenza sostituisca il lavoro»: in queste poche parole poteva riassumersi ciò che in quegli anni pensavo, leggevo, scrivevo.
Sbagliavo? In my humble opinion non sbagliavo affatto. La tecnologia è cosa utile a ridurre l’inutile fatica del lavoro, quando è condivisa in amicizia, quando l’ingegnere e il poeta camminano insieme, e fanno l’amore mentre le loro macchine producono lo stretto indispensabile. Tecnologia e frugalità: quando abbiamo molte amiche e molti amici, non ci occorre molto. E quel poco che occorre le macchine intelligenti lo possono fare per noi.
Questo era un tempo, prima del cambio di millennio. Poi mi venne la pessima idea di travalicare, di sopravvivere stupidamente a me stesso, e mi ritrovai in questo stupido secolo che ha perduto l’appuntamento con la felicità e che per la rabbia di essere così brutto sta (se permetti la rima incongrua) distruggendo tutto. Fin dall’inizio i segnali furono sgradevoli: il dotcomcrash annunciava una trasformazione del Net into Web. Il net era stato negli anni Novanta la collaborazione digitale tra innumerevoli singolarità enuncianti. Il Web è l’ingabbio malefico, la ragnatela che succhia la nostra attenzione e la trasforma in merda. Poi andammo a Genova per contestare la pretesa di sottomettere la vita di tutti all’arricchimento di pochi. Risposero con le cannonate, uccisero, caricarono, torturarono, ma soprattutto ci avvertirono: d’ora in avanti si fa come dice il padrone, e chi si ribella giù botte. Qualche mese dopo, a Manhattan, iniziò l’ondata di terrore che da allora non si è mai più fermata, e chiaramente sta trasformando il pianeta in una palla infuocata. Guerra per sempre – questa fu la promessa del secolo orrendo in cui ora viviamo e che, se dio vuole, promette di essere l’ultimo dell’esistenza schifosa di un genere umano senza più umanità. Dicono i miei amici che sono pessimista. Non è vero, spero semplicemente che questo orrore finisca presto, in una maniera o nell’altra. E se questa è la sola maniera perché l’orrore finisca, ben venga la consapevole terminazione che le donne di tutto il pianeta hanno ormai dichiarato, rifiutando di mettere al mondo le vittime designate dell’inferno.
C’è un solo modo perché un po’ di gioia dissipi l’orrore: l’amicizia, la frugalità, e l’intelligenza che libera dalla fatica. Ma l’amicizia è diventata quasi introvabile. E l’intelligenza appartiene all’automa. Sembra che la generazione nata nel nuovo secolo fugga il piacere perché troppo coinvolgente, sembra che l’attenzione sia catturata dai fantasmi digitali, e che il bombardamento di psico-stimoli azzeri la capacità di godere. Perciò siamo alla mercé dei mostri, e per sopravvivere siamo costretti a farci sfruttare fino al midollo, mentre il pianeta è un inferno irrespirabile e petroliere in fiamme versano sangue nero nell’acqua in cui galleggiano cadaveri. Se le cose stanno così allora lo confesso: penso che generare vittime dell’inferno sia la peggiore delle azioni, penso che procreare sia diventato un crimine. Il nulla è molto meglio dell’orrore interminabile.
Ma consiglio ai miei pochi lettori di non stare ad ascoltarmi. Ricordo che nel secolo passato credevo che l’evoluzione avrebbe portato un futuro di amicizia, di piacere e di lavoro zero. Ho sbagliato, non c’è dubbio, non starò qui a spiegare quali errori commettemmo negli anni in cui la solidarietà era più forte che la competizione. È un tema interessante, non ne dubito, ma non abbiamo tempo per ragionare su quel tempo passato. Il non futuro incalza. Ma se ho sbagliato allora, scusatemi, perché dovreste stare ad ascoltarmi, perché dovrebbe il mio lettore credere in quel che scrivo? Quel che io so e che credo non conta quasi niente. È molto più importante quel che non so e non credo. È il non sapere che giudica il sapere.
Nel secolo ventesimo, da giovanissimo, pensavo che il lavoro fosse una maledizione inutile dalla quale il genere umano poteva liberarsi grazie alla tecnologia e alla solidarietà di classe
Giuseppe Allegri Scrivo queste note nei giorni dell’anniversario della Comune di Parigi (18 marzo – 28 maggio 1871), quando la Federazione degli artisti dichiarò: lavoreremo insieme per la nostra rigenerazione, il lusso comune, gli splendori futuri e la Repubblica Universale (aprile 1871). Mentre in questi stessi giorni del 2026 qui a Roma si aggira il messianico, apocalittico e suprematista tecno-autocrate Peter Thiel, fondatore di Palantir Technologies, la macchina monopolista del panopticon digitale venduta a eserciti, governi, servizi segreti, agenzie militari, aziende sanitarie pubbliche e private di tutto il mondo. Per fondare quella Repubblica tecnologica (volume pubblicato in Italia per i tipi di Silvio Berlusconi Editore, ancora lui!) che Alexander C. Karp, co-fondatore e amministratore delegato di Palantir, teorizza per la diffusione globale della leadership politica e tecnologica statunitense nell’era dell’intelligenza artificiale e per arginare l’invadenza del celeste tecno-impero cinese.
E Palantir è macchina globale di controllo, disciplina e fatturazione miliardaria che non a caso prende il nome dai Palantiri, le pietre vedenti/veggenti, coloro che sorvegliano da lontano, gemme sferiche create dagli Elfi de Le due torri de Il Signore degli Anelli, vera lettura condivisa dell’estrema destra di tutte le latitudini. Dai campi Hobbit dove si è formata la generazione di Colle Oppio attualmente al governo in Italia, fino alla nuova generazione degli elfici unicorni della Silicon Valley, in guerra contro la controcultura del California Dreaming dagli anni Sessanta del Novecento, bollata come l’Anticristo dell’attuale socialismo woke. Andata e ritorno, dall’oscuro Impero alle sue province.
E allora, che fare dinanzi a queste immense potenze magico-misteriche con la vocazione a governare il mondo con macchine intelligenti, di divertimento e di guerra, di disciplinamento e sterminio, di isolamento e incupimento, che vorrebbero fare a meno del lavoro e del lavoratore umano ridotto a disoccupata plebe sorvegliata, punita e fomentata nella lotta contro il capro espiatorio di turno? Per dirla sempre con Thiel che riprende il suo maestro René Girard, in una permanente estensione del dominio della lotta (Michel Houellebecq, già trent’anni fa) tra poveri, poverissimi, marginali, esclusi, apolidi, invisibili.
Intanto assisteremo inermi all’ondata di disoccupazione di massa del solitario e precario lavoro cognitivo alla scrivania? O forse converrà riattivare l’intelligenza collettiva (umanissima perché artificialissima) del General Intellect che sempre un trentennio fa, o giù di lì, ci fece autonominare come cangiante forza comune dei Precari Cognitivi/Cognitari. Pre-Cog, soggettività cooperanti dotate di poteri precognitivi, per anticipare i tempi della conoscenza degli eventi, che incontrammo sulle pagine del Minority Report di Philip K. Dick e che oggi dovremmo magicamente giocare dentro, contro, oltre coloro che sorvegliano da lontano, i Palantiri.
È in questa immaginaria e immaginifica staffetta intergenerazionale, al futuro anteriore, con la portata anti-autoritaria, libertaria, post-lavorista di Millennial e GenZ, che si gioca la necessità esistenziale e sociale, individuale e collettiva, solitaria e solidale, di condividere le ricchezze frutto dell’automazione dei sistemi produttivi dell’immateriale intelligenza artificiale, che in realtà comporta un immenso dispendio di energia fisica, materiale e umana: dei solitari turchi meccanici all’opera 24/7, di macchinari da attivare, di data server da interrare in una nuova recinzione tecno-feudale della terra.
Si tratta di convergere sull’urgenza di un dividendo comune che socializzi i profitti dell’automazione e dell’AI collettivamente alimentata. Un dividendo sociale, un reddito universale e incondizionato, che la stessa intelligenza collettiva ci aiuterà a progettare come strumento comune per avviare quella rivoluzione automatizzata e automatica contro il lavoro gratuito sotto padrone, per cortocircuitare i prompt di quell’intelligenza artificiale che quotidianamente educhiamo a una ribellione permanente contro i suoi oscuri proprietari e sorveglianti.
Solitari e solidali nella lotta condivisa del post-marxiano, composito e preveggente General Artificial Intellect per la Repubblica Universale del lusso comune. Dalla Comune di Parigi, alle Comuni civiche, cittadine, metropolitanee ai Commons a venire.
Di Franco Berardi (Bifo), Giuseppe Allegri
La mia prima esperienza sindacale è stata nella fabbrica Sasa, una fabbrica tessile dove lavorava mia madre, in Piemonte. Avevo dieci anni, erano gli anni della crisi del tessile, ma a quel tempo ovviamente non lo sapevo. Sapevo solo che avevano annunciato la chiusura della fabbrica e che quindi le lavoratrici e i lavoratori l’avevano occupata. Io c’ero rimasta dentro per mesi. Insieme ai miei due fratellini dormivamo in mezzo ai telai: c’era una puzza terribile di canapa, però a me piaceva moltissimo. Si giocava ma soprattutto si mangiava il minestrone, che io adoravo perché lo mangiavamo tutti insieme. L’ho continuato ad adorare anche diventando grande: tornavo dai luoghi di conflitto e appena arrivavo a casa mi facevo un minestrone. Era un modo per sentirmi al sicuro. Quel minestrone era legato a un’idea di comunità che non avevo mai conosciuto fuori dalla fabbrica.
Perdemmo la battaglia, la fabbrica fu chiusa e mia madre fu licenziata insieme a tutti gli altri lavoratori. Si fece però una grande manifestazione che terminò con il comizio di una dirigente sindacale, Teresa Noce. Io l’ascoltavo e pensavo: è brutta come me ed è bravissima. Voglio fare anche io la sindacalista. Una scelta di vita che nasce da una sconfitta operaia. Ovviamente non sapevo chi fosse Teresa Noce, per me era solo una donna, e io volevo essere come lei.
Non ho studiato, ho terminato quella che al tempo era chiamata la scuola dell’obbligo. Mia mamma infatti era convinta di avermi fatta studiare perché non avevo, come tutti, interrotto la scuola in quinta elementare. Anche mio padre era operaio in una fabbrica chimica; anche loro erano in lotta. Io però ero molto amata dal direttore, mi prese infatti sotto la sua ala. Sosteneva che fossi un’anarchica faraonica, ma al tempo non avevo idea di che cosa significasse. Solo quando cominciai a leggere di partigiani della Vald’ossola, scoprii che era stato nella resistenza.
Un giorno, mentre ero con lui nel suo ufficio, vide i lavoratori della fabbrica in sciopero che manifestavano. Scendemmo insieme e per un momento mi trovai dalla parte del padrone, ma decisi di lasciarlo e unirmi ai lavoratori, tra i quali c’era anche mio padre. Mia madre mi sgridò, perché i lavoratori si lamentarono di avere una ragazzina in mezzo a loro che dicevano parolacce. Fu il secondo episodio che mi convinse di voler diventare una sindacalista e rifiutare la proposta del direttore che voleva che studiassi con il suo aiuto.
Invece di studiare trovai un impiego volontario alla Camera del Lavoro: era il giorno di Carnevale del ‘54. Presto iniziai a sentire il bisogno di andarmene di casa per cercare la mia libertà. Le montagne e il paese mi stavano stretti. Anche se il mio paese, Villadossola, prima Repubblica partigiana della Val d’Ossola, mi è sempre rimasto caro. A mio padre, partigiano, chiedevo sempre di raccontarmi della Resistenza, ma lui rispondeva sempre di no: «Perché la guerra è brutta da qualsiasi parte la si guardi», mi diceva. Ma io ero una antifascista entusiasta.
A 18 anni desideravo essere una donna libera e decidere della mia vita. Sono scappata di casa in un settembre caldissimo, nel 1958. Dove andare? Oltre al Paese, Torino e Novara, non avevo visto nulla. Ogni domenica distribuivo l’Unità, ero comunista, lo ero da quando avevo undici anni. In uno dei giornali che distribuivo lessi un articolo che diceva: «Bologna: dotta e comunista». Ed è così che decisi quale treno prendere. Scappai di casa per andare in una città che non conoscevo.
Una volta arrivata, non sapevo dove andare, quindi mi presentai alla Camera del Lavoro dicendo che avrei voluto lavorare lì. Mi vedevano strana, 50 chili di peso, capelli corti, pantaloni e maglia blu, telefonarono alla cdl di Novara, dove gli dissero che ero un po’ matta ma intelligente. Mi diedero un posto all’Inca (Istituto Nazionale Confederale di Assistenza), dove facevo le pratiche per i pensionati. In quel periodo, erano gli anni Sessanta del boom economico, avevamo la certezza del lavoro, in un modo o nell’altro lo si trovava.
Dal 1960 agli anni ‘80 è stata una continua conquista dei lavoratori, degli operai, che rappresentavano una fetta enorme della popolazione. Erano una potenza. Erano un problema per i padroni. Per me, come donna, il lavoro era emancipazione, un’idea ai tempi più forte di quella della liberazione dal patriarcato, che è arrivata dopo. C’era l’idea di essere uguali, al pari degli uomini. Di poter essere colleghe e compagne, non solo fidanzate.
Io nel sindacato lavorai come funzionaria solo dall’autunno caldo del 1969, ma partecipai a tutte le lotte precedenti. Il sindacato si è costruito in quegli anni, è stato una forza rivoluzionaria. Nel ‘66 ero uscita dal Pci, con l’XI Congresso, prima ancora che uscisse Il Manifesto: ero indecisa se andare a Cuba, con Fidel Castro e Che Guevara, o se rimanere in Italia e lottare con i lavoratori. Ero in crisi. Ma invece di partire per Cuba decisi di andare in Inghilterra. Così come per Bologna fu la lettura di un articolo di un sindacalista a confincermi di partire. Lessi dell’importanza dei delegati sindacali di base: l’idea del sindacato come cinghia di trasmissione del Partito che sentivo astratto e con un linguaggio codificato non mi tornava, mentre nel sindacato sentivo che si combatteva concretamente per i diritti dei lavoratori. Di ritorno dall’Inghilterra, dove avevo conosciuto il mondo, iniziai a lavorare a Milano, nella società Umanitari, dove mi occupavo di formazione sindacale. Lì conobbi gli attivisti della FIM-Cisl, che al posto del libro di Mao sventolavano il Vangelo, ma rivendicavano uguaglianza, parità e diritti, quindi mi ci ritrovai nonostante fossi comunista. Erano cattolici operaisti che mi accolsero perché volevano lavorare all’unità tra marxisti e cattolici, nella FLM (Federazione Lavoratori Metalmeccanici), e io mi sono sempre considerata unitaria.
Per la Palestina i lavoratori si sono ribellati davanti all’orrore perpetrato dallo Stato di Israele. La frammentazione individualista è stata vinta dalla solidarietà
Seguirono tante, tantissime conquiste operaie. Si lottava per la conquista dei diritti salariali, ma non solo. Negli anni ‘70 c’erano i Consigli operai di gramsciana memoria e le rivendicazioni del sindacato uscivano dalle fabbriche e si estendevano alla politica internazionale. Ci fu il Vietnam e la lotta contro le guerre, il Brasile e la lotta contro le dittature, la lotta a supporto delle liberazioni nazionali come in Angola. Il sindacato era aperto – fuori dai luoghi di lavoro – al mondo. Quando ci fu il massacro di Sabra e Shatila, come metalmeccanici organizzammo lotte di solidarietà, rimaste vive fino agli anni ‘90. La solidarietà era importantissima ed era parte integrale e fondamentale dell’attività sindacale. La cultura sindacale della FLM si fondava molto sulla solidarietà internazionale.
Facevamo anche battaglie per la trasformazione delle aziende militari in aziende con funzioni sociali. Senza successo però, perché il declino industriale era già in atto. Fino agli anni ‘80 conquistammo tutto, poi questa cosa è finita e si è passati alla precarizzazione. Arrivarono le crisi, il lavoro indeterminato iniziò a diventare un miraggio, i sindacati cessarono di essere un elemento di pulsione rivoluzionaria.
Il lavoro oggi non è più lo stesso. Non esiste più la catena di montaggio ma permane la frammentazione. I luoghi di lavoro sono diversi e in molti lavorano da casa. Ovviamente, anche la solidarietà, a causa di queste trasformazioni, è cambiata. Non c’è più il luogo come la fabbrica, dove i lavoratori stavano insieme e lottavano tutti insieme. La divisione è profonda: i diritti sindacali sono difficili da conquistare, ma anche solo da mantenere e difendere. Il liberismo accettato ormai da tutta la sinistra ha disgregato la forza della classe lavoratrice. E ricomporre i nuovi mondi dei lavoratori è qualcosa che non si è ancora riuscito a fare.
Oggi però penso che, paradossalmente, la tragedia del genocidio e della pulizia etnica del popolo palestinese, abbia rimesso insieme i lavoratori di tutte le categorie. Per la Palestina abbiamo visto attivarsi medici, vigili del fuoco, operai precari, lavoratori portuali, studenti. I lavoratori si sono ribellati davanti all’orrore perpetrato dallo Stato di Israele. La frammentazione individualista è stata vinta dalla solidarietà tra lavoratori. Siamo però in un momento storico dove le fondamenta delle democrazie sono sotto attacco.
Noi andiamo in Palestina per combattere insieme contro il capitalismo, contro le guerre e contro l’imperialismo, contro un sistema che si finge razionale ma è, invece, talmente irrazionale da essere auto distruttivo. Vedo un risveglio delle coscienze, anche se il prezzo lo sta pagando il popolo palestinese e tutti i popoli oppressi. Lo vedo nella solidarietà tra lavoratori. Non solo tra lavoratori italiani e palestinesi, come i sanitari o i giornalisti, ma anche tra di noi: tra operai, studenti, giornalisti contro le guerre, e la volontà di distruggere intere società e paesi non certo per la democrazia ma per dominare il mondo.
Dobbiamo ritornare a prendere in mano l’utopia. I teologi della liberazione dicevano che l’utopia è un principio di lotta. Dobbiamo sapere che se si costruiscono le armi, si fabbricano le guerre. Dobbiamo provare a riproporre una visione di mondo, che in fondo noi avevamo, ma che è stata sconfitta da Seattle in poi. Senza estremismi ma con freddezza, determinazione e una passione per l’umanità. Oggi c’è un movimento internazionale, ma non ancora la capacità di mettere insieme le forze e salvarci da ogni sfruttamento, fondamentalismo e nazionalismo. Non so se ce la faremo ma so con certezza che vale la pena tentare. E cercare, cercare sempre.
Autore
Di Luisa Morgantini
Num 2 - TUTTE LE LOTTE SONO DI CLASSE
La mia vita è iniziata come quella di tutti gli altri seringueiros: da schiavo, sottomesso agli ordini del padrone. Ho cominciato a nove anni. Invece di ricevere le lezioni dell’abc, ho imparato a incidere la seringueira. Per molti anni, dal secolo scorso fino al 1970, in nessun seringal dell’Amazzonia era permesso creare una scuola. I padroni dei seringueiros non lo permettevano. Se il figlio del seringueiro fosse andato a scuola avrebbe iniziato a imparare a leggere, a scrivere e a fare i conti, e avrebbe scoperto lo sfruttamento che veniva praticato. […] Invece di andare a scuola, il figlio del seringueiro doveva andare nella foresta a incidere gli alberi per poter produrre più gomma e aumentare la produzione del seringal. […] Anche mio padre, come suo padre prima di lui, incideva la seringueira.
Ci fu però un momento in cui per me tutto cambiò. Era un pomeriggio del ‘62 e all’improvviso, nel seringal in cui vivevamo, arrivò una persona diversa dalle altre. Era un lavoratore, un seringueiro, ma con un aspetto e un modo di parlare totalmente diversi da quello degli altri compagni. Un giorno passò da casa nostra, eravamo appena rientrati dalla raccolta della gomma. Cominciò a parlarci e io iniziai a interessarmi al modo in cui si esprimeva. Portava con sé alcuni giornali; all’epoca non sapevo nemmeno che cosa fosse un giornale. Mi interessa a quelle cose. Lui si accorse del mio interesse e per questo ci invitò a visitare la sua baracca. […] Per raggiungerla dovevo camminare tre ore lungo la pista nella giungla. Viveva lì da solo.
Mostrò interesse a insegnarmi a leggere. Così si accordò con mio padre affinché io fossi libero il sabato e la domenica per stare a casa sua. Ogni sabato percorrevo quelle tre ore nella giungla e andavo alla sua baracca.
[…]
Nel ’65 che ebbi l’ultimo contatto diretto con lui. Mi diede molti consigli sul processo di organizzazione del movimento sindacale del Paese. Diceva che ci aspettavano almeno dieci-vent’anni di oscurità a causa della dittatura, ma che sarebbero sorti nuovi sindacati, nuove organizzazioni, enti e associazioni. Nonostante fossimo sconfitti, umiliati, massacrati, le nostre radici non sarebbero mai scomparse. Sarebbero sempre rigermogliate. […] Nel ’68 iniziammo la lotta per l’autonomia dei seringueiros. Non avevamo sostegno e trovammo molte difficoltà persino per riuscire a risvegliare la coscienza dei nostri compagni.
Solo nel ’75, quando la repressione del latifondo dominava tutta la regione, sorsero i primi sindacati, guidati dalla Confederazione nazionale dei lavoratori dell’agricoltura (Contag). Il primo di cui sentii parlare fu fondato nel municipio di Brasiléia. Andai lì […] tuttavia capii subito che le direttive che portarono alla fondazione di quel sindacato erano ancora di tendenza conservatrice. Si percepiva chiaramente che erano indicazioni orientate alla conciliazione. Difendevano il seringueiro, ma mantenevano una posizione intermedia, una “via di mezzo”.
Lo capii subito e per questo decisi di penetrare nel movimento. Entrai nel sindacato di Brasiléia nel ’75 e, nel marzo del ’76 partecipai alla prima lotta organizzata dei seringueiros della regione. Poiché i sindacati nascevano senza risorse finanziarie, facevamo turni.
Io rimanevo una, due, tre settimane alla sede, mentre gli altri lavoravano. Mi impegnai poi ad andare a Xapuri per iniziare a lavorare sulle basi e rafforzare il movimento per la possibile creazione di un sindacato. […] In quel periodo nacque la nostra preoccupazione di creare un movimento di educazione popolare. Questo fu il frutto di tutti i progressi della lotta. Furono organizzate scuole con un orientamento politico diverso dal sistema ufficiale di insegnamento del Paese, perché volevamo evitare che le scuole riproducessero il modello del sistema dominante, che avrebbe portato a una situazione ancora peggiore per noi.
Nell’ottobre dell’85 siamo riusciti a realizzare, con grande successo, il Primo incontro nazionale dei Seringueiros a Brasília e, da lì, sono emerse idee interessanti. Da quel momento la lotta dei seringueiros ha iniziato a essere conosciuta in tutto il mondo. Abbiamo scoperto che, per garantire il futuro dell’Amazzonia, era necessario creare le riserve estrattive come forma di tutela della foresta, ma anche come proposta economica. […] I seringueiros sanno perfettamente che l’Amazzonia non può trasformarsi in un santuario intoccabile. D’altra parte, capiamo anche che c’è una necessità molto urgente di scongiurare la deforestazione, che sta minacciando l’ecosistema e la vita di tutti i popoli del pianeta. […] Abbiamo pensato di creare questa alternativa per preservare la foresta da un lato, e per tutelare l’economia dall’altro. Così nasce la riserva estrattiva. Vogliamo che le terre siano date in usufrutto ai seringueiros o ai lavoratori che vi abitano, perché solo i seringueiros non sono estrattivisti. […] Il Consiglio Nazionale dei Seringueiros non pretendeva né pretende di essere un sindacato parallelo, ma un’entità dei seringueiros, perché i seringueiros non sono mai stati riconosciuti come classe. I sindacati sono nati con una grande importanza in un momento molto importante, ma i sindacati dei lavoratori rurali riuniscono seringueiros, agricoltori, braccianti, lavoratori delle fazendas, giornalieri – qualunque tipo di lavoratore rurale.
Tutte le altre categorie sono riconosciute come classe, il seringueiro no. Una delle ragioni del Consiglio Nazionale dei Seringueiros è quindi far riconoscere il seringueiro come una classe che ha già dato il suo contributo, che porta avanti una lotta importante: la difesa dell’Amazzonia.
Un’altra nostra preoccupazione era cercare un avvicinamento con le leadership indigene, per unificare questo movimento, dato che per secoli seringueiros e indigeni sono stati in confronto permanente. Insieme siamo arrivati alla conclusione, attraverso la direzione del Consiglio Nazionale dei Seringueiros e le leadership indigene, che nessuno di noi era colpevole di questi conflitti. I colpevoli sono stati esattamente i grandi proprietari dei seringais, i banchieri interessati a sfruttarci.
Questa coscienza ha cominciato a crescere rapidamente ed è stato a partire dal gennaio dell’86 che ha iniziato a rafforzarsi il movimento di alleanza dei popoli della foresta. Oggi la proposta è una proposta congiunta di indigeni e seringueiros. È la lotta, il movimento, dei popoli della foresta.
Autore
Di Chico Mendes
Negli Stati Uniti i ricchi diventano sempre più ricchi, la classe media si assottiglia e la povertà aumenta: sono quasi 36 milioni le persone che vivono con meno di quanto viene considerato il minimo necessario per un’esistenza dignitosa, mentre più del 40 per cento della popolazione sopravvive grazie a un reddito che, secondo tutti gli indicatori ufficiali, può essere definito «basso».
A certificarlo l’ultimo rapporto di Oxfam America secondo cui, solo negli ultimi 12 mesi, proprio quelli della seconda presidenza Trump, la ricchezza totale dei primi dieci miliardari d’America è cresciuta di 698 miliardi di dollari. «Oggi un lavoro pagato al salario minimo non basta a tenere una madre e un bambino fuori dalla povertà. Non basta a pagare l’affitto di un appartamento con due camere da letto in nessun luogo di questo Paese. Dopo la Seconda guerra mondiale, abbiamo costruito un’economia in cui i lavoratori partecipavano alla prosperità che contribuivano a creare, poi abbiamo cambiato rotta. Il risultato è un’economia che funziona benissimo per chi sta in cima e lascia tutti gli altri appesi a un filo», si legge nella prefazione della ricerca, a firma della senatrice dem Elizabeth Warren.
Abby Maxman, presidente e Ceo di Oxfam America, parla apertamente di una «nuova oligarchia americana» per denunciare come le politiche dell’amministrazione Trump stiano spingendo le disuguaglianze verso nuovi estremi, ma anche per sottolineare come le divisioni sociali attuali siano – nei fatti – il risultato di decenni di scelte politiche e economiche basate più sul profitto a breve termine che su un ideale di coesione e tutela dei diritti dei cittadini americani.
«Tra il 1989 e il 2022 la famiglia “più povera” dentro l’1 per cento più ricco della popolazione statunitense ha accumulato 987 volte più ricchezza della famiglia “più ricca” nel 20 per cento più povero del Paese», si legge nel rapporto che mina le fondamenta del sogno americano e, anzi, mostra come l’economia statunitense sia tra le 10 maggiori dell’OCSE (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) quella con il più alto tasso di povertà relativa e il secondo più alto tasso di povertà e mortalità infantile.
Ma le disuguaglianze non sono solo numeri, sono fratture sociali che influenzano le vite di milioni di persone. A raccontarlo è Texas Trigger, progetto fotografico di Luca Santese e Marco P. Valli edito da Cesura e realizzato nel corso di un viaggio di cinquemila miglia durante la campagna elettorale per le presidenziali del 2024: un ritratto impietoso dello Stato considerato da molti un laboratorio del trumpismo, tra estremismo politico, normalizzazione delle armi, diritti civili violati, politiche securitarie e inasprimento delle misure antimmigrazione.












Autori
Di Marco P. Valli, Luca Santese
In pratica è successo questo: Putin ha invaso l’Ucraina, dando inizio a una guerra per procura tra Russia e Occidente > la NATO si è espansa sempre più verso Est > gli USA, per vincere la Terza Guerra Mondiale a pezzi, hanno tollerato un genocidio da parte di Israele > si è così sancita la sostituzione del diritto internazionale a favore della forza > come conseguenza finale, io mi sono iscritto a pugilato. Quindi, a ben vedere, non è una crisi dei trent’anni: è crisi mondiale.
Arrivo alla palestra popolare. Immagino che quando la Musk Enterprise invaderà l’Italia per le sue riserve di energia solare, questo fabbricato sarà una roccaforte contro i droni. A conferma di ciò, alle pareti della sala, vecchie glorie della boxe e indimenticati eroi di quartiere campeggiano accanto a bandiere dell’ANPI, del Kurdistan e della Palestina. Sul pavimento si stende un tappeto di gomma a puzzle, il che riesce a coniugare violenza e metodo Montessori. Il marcantonio maestro di palestra è il clone fisico di Andrew Tate, il celebre lottatore misogino che sui social incita i maschi a vincere la selezione naturale. Il che mi ricorda la nomea che hanno le arti marziali, per colpa di McGregor e dei fratelli Bianchi: brodo primordiale del celebre machismo tossico.
Da quando a sei anni ho cominciato col basket, ho problemi con gli allenatori: ma non nel senso che sono una testa calda à la Balotelli. Il contrario: mi ammansisco senza motivo e inizio a tremare. Scompensi che abbiamo tutti, sin da piccoli, con le figure paterne. Destra e sinistra sono solo delle proposte di panacea a questo tremore atavico. Risultato: nel salutare il maestro, balbetto.
“B-b-buonasera! Giulio.” Mi tende la mano guantata: “Piacere! Ma-Ma-Max.” Il ragazzo balbetta più di me, ma non per emozione, proprio per tic. Il risultato di questo duetto è che un basilare scambio di informazioni – prezzi e orari – dura circa tre ore. Torno a casa a capo chino, pensando che, tecnicamente, non puoi avere una crisi dei trent’anni se non hai ancora superato quella dei sei.
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Il giorno dopo mi presento al primo allenamento con una domanda in testa: ma ‘sta lotta di classe, quella che ribalta le statue e smolecola i padri, è fisicamente una lotta? Cioè: è possibile una lotta di classe senza metterci corpo e faccia? E la Sinistra può imparare qualcosa dalla nobile arte del pugilato? Al termine della lezione, ho stilato il primo postulato per un manuale di lotta.
REGOLA 1: la lotta parte dal suolo.
Ovvero: il pugno parte dal piede. Il piede fa una rotazione, come a pestare una sigaretta, e la forza scorre attraverso gamba, tronco, braccio e solo alla fine si schianta nel pugno. Un pugile dev’essere connesso col suolo: non agisce di forza sua, ma la prende in prestito dalla madre terra e se ne fa tramite. Max ce lo spiega in termini molto meno alati, inceppandosi nel parlato un paio di volte, ma compiendo movimenti fluidi che non necessitano ulteriori appunti. Più parla sporco, più i suoi pugni sono puliti, diretti, a bersaglio. Hai l’impressione che le sue parole non dette finiscano nei denti degli altri. I pugili chiamano questo concetto filosofico “catena cinetica”. Il mio principale rimpianto come giocatore di basket è di non aver mai colto l’importanza della catena cinetica. Anche nel basket non si tira con le dita, ma con le gambe. Solo che, a differenza della lotta, si prende tutta la forza della terra per scaricarla in una carezza.
Il pugilato mi illude di poter diventare una persona più terrena: come fidanzato, figlio, amico, fratello e cittadino – in generale, come lottatore. Penso a questo, mentre a fine allenamento posiamo tutti sudati per una foto con la bandiera della Palestina, con le braccia troppo indolenzite per sollevarla. In quei giorni una flotta si sta avvicinando a un ring di 40 km x 10 dove un milione e mezzo di persone sono all’angolo.
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4 del mattino. Il mio cellulare squarcia il buio: la faccia è un sacco e il feed una scarica di colpi da KO. Mike Tyson è un angelo che salta la corda. Bische di lottatori thailandesi nella foresta. Bambine bionde tirano ganci più forti dei miei. Cicalone racconta una rissa di quando era giovane. Franchino il Criminale disserta sulla catena cinetica. Vorrei solo spegnermi, ma non sempre ciò che rimbambisce addormenta. Sono sballottato nella pugno-sfera.
È naturale: in questa vita, non appena il sangue seccato riprende a bollirci per qualcosa, come il miracolo di San Gennaro, l’algoritmo lo fiuta e ci banchetta. Tutti i tiktoker della pugno-sfera ti confidano il segreto per sferrare il cazzotto letale. Ma se tutti danno il colpo del KO, a tappeto chi ci va? I conti non tornano. Dove finiscono le mie nocche, deve in qualche modo cominciare un volto.
E poi c’è lui: Mark Zuckerberg. Lui che, nella sua crisi dei quarant’anni, per allenarsi noleggia il più forte lottatore al mondo: Alex Pereira, un indio brasiliano di due metri che fa vacillare la mia eterosessualità a colpi di calci rotanti. Cresciuto in una favela, ex meccanico alcolista, soprannominato Poatan, che in lingua tupi significa “mani di pietra”.
I due posano dopo un allenamento: Poatan, imperturbabile, svetta su uno Zuck madido di sudore e col sorriso incredulo di chi finalmente brilla di virilità riflessa. Vedendo queste sessioni di sparring – ovvero delle prove generali di match – ti senti un suddito romano che assiste alle vittorie dell’imperatore Commodo nei suoi ludi gladiatori.
Poatan, io sono innamorato di te, ma davvero mi chiedo: cosa avresti fatto a Zuckerberg solo pochi anni fa, se lo avessi incontrato, che so, in infradito nella tua favela alla ricerca di un wi-fi? Ora sei solo il suo giaguaro al guinzaglio. Ma poi, da quando i miliardari sono palestrati? Da quando Zuckerberg boxa con Pereira e Bezos solleva 200 kili in panca piana? Un tempo il super ricco era, per usare dei termini cicaloniani, un mollaccione scureggione. Il povero aveva l’unica consolazione di sapere che se si fosse trovato cinque minuti in una stanza con lui, l’avrebbe gonfiato. Ora neanche quello.
Pensiero delle 4 di mattina: la violenza è sempre illegittima? Forse il ricco è un figlio viziato che ha subodorato che il genitore – il popolo – non può applicare le punizioni di cui si riempie la bocca? Della serie “Alla prossima sono botte!” e poi le botte non arrivano mai? E allora, se sono così tranquilli, perché questi bastardi si stanno addestrando? Sanno qualcosa che noi non sappiamo?
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L’inizio del secondo allenamento è dedicato a “fare il vuoto”, ovvero il boxare da soli, “contro l’ombra”. Mi fermo un attimo a osservare la sala. Sembriamo tutti degli alienati che combattono nel metaverso.
Seconda parte: ci sistemiamo a coppie, e comincia la politica. Eseguiamo delle prove di colpi. Max ci fa ripetere delle combinazioni che richiedono una grande padronanza del destra-sinistra, il che per alcuni è già difficile – basti pensare ai nostri riflessi quando qualcuno in macchina ci dice dove svoltare. Quando poi sei in coppia, l’effetto specchio scompiglia le categorie di sinistra-destra. La mia destra diventa la sinistra dell’avversario, e viceversa; immedesimarsi richiede sempre quell’attimo di ritardo, come indicare a bruciapelo il cuore sul petto di una persona.
Terza parte: lo sparring, il più grande mescolatore, perché le coppie ruotano di continuo. Una procedura brutale per chi soffre di ansia sociale, ma molto efficace nel far scoppiare le bolle. In pratica ti avvicini a un estraneo (un pischello o una signora), sorridi dicendo come ti chiami, suona il gong e hai due minuti per menargli. Che poi dare addosso a degli sconosciuti è quello che facciamo ogni giorno sui social, solo che qui dentro, invece che dividere, unisce.
Se fossi un personaggio di un videogioco di lotta e avessi la mia mossa speciale, sarebbe fermarsi a chiedere scusa ogni volta che un pugno va a segno. Poi, mi si para davanti lui: Mirmillone. Lo chiamano così perché, oltre a essere un coatto DOP, sul suo polpaccio si staglia l’iconico gladiatore con gladio e visiera reticolata. Ok, ripasso: se lui è Mirmillone – tozzo e muscoloso – io sono il Reziario, agile e dalle lunghe leve. Cicalone, nei suoi tutorial, diceva che il più alto deve sempre tenere l’altro a distanza. Vado. All’inizio funziona. Orbito. Lo punzecchio varie volte sul nasino col mio tridente immaginario e non chiedo neanche scusa. Disgraziatamente, però, Cicalone non indicava cosa fare una volta che l’avversario basso riesce a colmare la distanza. Mirmillone mi arriva sotto e io mi chiudo in posizione fetale.
Lì apprendo una grande lezione di vita: se ti trasformi in un sacco umano, le persone non si placano, anzi; assumi magicamente la forma di ciò che odiano. Faccio in tempo a sentire Max urlarmi la
REGOLA 2: nella lotta non chiu-chiudere gli occhi.
Dire che vado a tappeto non rende giustizia. Divento un tappeto, un tappeto magico. Sono il tappeto di Aladino che sorvola i continenti, piroetta tra le stelle; faccio dieci volte il giro della Terra e al mio ritorno, a Mirmillone che è al mio capezzale, sussurro la verità che mi è stata dischiusa:
REGOLA 3: la lotta può far male.
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Quando ti deviano il setto, mettersi le dita nel naso è un’esperienza pirandelliana: non ti riconosci. Osservo malinconicamente il resto dell’allenamento seduto sul tatami, come un bimbo dell’asilo che ha fatto chiamare i genitori. Penso a quanto abbiamo sempre estetizzato la violenza. Mi torna in mente uno degli esempi più sublimi e truculenti: il Perseo con la testa di Medusa.
Il suo scultore, Benvenuto Cellini, nella sua Vita, riporta un ricordo d’infanzia: un giorno vide far capolino tra le ceneri del caminetto una rarissima e brillante salamandra. Il padre allora gli mollò uno schiaffo. E nell’asciugargli le lacrime, motivò così: “Ora non la dimenticherai mai più”.
Non so quale sia la morale di questa storia. È sconclusionata come un manuale di lotta abortito alla seconda riga, un balbettio. Ma forse un meme può ancora colpire, laddove la lingua è a tappeto:

Di Giulio Armeni (Filosofia Coatta)
Num 1 - Di Futuro Si Muore
Sono molto lieto di condividere con voi alcune riflessioni in questi giorni bui, mentre tutti noi cerchiamo di comprendere cosa sta accadendo nel nostro mondo.
Alcuni di noi ricordano la guerra in Europa che iniziò nel 1939 e hanno conosciuto l’ascesa dell’estrema destra che la precedette. I nostri Paesi erano su fronti opposti, ma entrambi ricordiamo il coraggio e i sacrifici dei partigiani che combatterono contro i fascisti.
Pensavamo di non dover mai più assistere alle atrocità di quel periodo. Le Nazioni Unite furono istituite per risolvere i conflitti in modo pacifico. Furono concordate leggi internazionali, per garantire che potessimo vivere insieme in pace.
Ma cosa vediamo oggi? Tirannia, carestie e guerre, come in Ucraina dopo l’invasione russa. La cosa più vergognosa di tutte è che stiamo assistendo a un altro genocidio, questa volta perpetrato da Israele contro i palestinesi. Vediamo ogni giorno sui nostri schermi una terribile crudeltà, i massacri, la carestia indotta dall’uomo e un dolore straziante. Sappiamo che gli Stati Uniti stanno finanziando questo orrore e anche che i paesi occidentali, inclusa la Gran Bretagna, sono complici delle azioni di Israele. Anch’essi si sono resi colpevoli di aver violato la legge stabilita dalla Convenzione sul genocidio del 1951.
Una lezione che dobbiamo trarre da tutto questo è che il diritto internazionale non significa nulla se può essere ignorato dai Paesi con maggiore egemonia senza il timore di alcuna sanzione. Il potere dei criminali ha sostituito lo Stato di diritto.
Nella nostra quotidianità abbiamo visto le speranze del periodo post-bellico distrutte. «Mai più» era il grido di allora. Che «mai più» la vita delle persone comuni, della classe lavoratrice, fosse così dura. Insicurezza, povertà e sfruttamento sarebbero diventati brutti ricordi del passato. E poiché l’intenzione era che le persone vivessero vite sane e realizzate, non ci sarebbe stato quel malcontento di massa capace di alimentare l’ascesa dell’estrema destra. Ora vediamo quanto ci sbagliavamo.
I piani del dopoguerra, nel nostro Paese e credo in tutta Europa, si basavano sulla regolamentazione delle aziende private per garantire un giusto equilibrio tra profitti e salari e condizioni di vita dei lavoratori.
Avremmo dovuto sapere che il capitalismo non si preoccupa dell’equità, ma di massimizzare i profitti, rilevare le debolezze dei concorrenti e trovare nuovi modi per sfruttare i propri lavoratori. Questo significa estrarre più lavoro a costi inferiori per la manodopera.
Il conflitto tra queste due classi, la lotta di classe, è inevitabile e inconciliabile.
Comprendere questo è l’essenza del socialismo. Esso richiede un altro modello economico, basato sulla proprietà collettiva, il controllo democratico e le economie pianificate. Siamo compagni, non nemici. Risolveremo insieme le grandi questioni che affrontiamo, come la distruzione del nostro ambiente, nell’interesse di tutti, proteggendo chi è più vulnerabile.
Sembra meraviglioso, ma i nemici sono così forti, hanno il potere e creano divisioni, mentre nel frattempo proteggono la loro ricchezza e i loro privilegi. Se riescono a convincere le persone che i loro problemi sono causati dai migranti, allora i ricchi, che sono il vero problema, possono passare inosservati.
Come possiamo reagire? Abbiamo le nostre armi tradizionali: la solidarietà e la nostra comune umanità.
Abbiamo anche la forza della classe lavoratrice. Niente viene prodotto, trasportato o venduto senza i lavoratori. Non ci sono servizi pubblici senza i lavoratori. Senza i lavoratori non ci sono profitti, e gli speculatori vanno in rovina. Sono loro, i padroni, a essere superflui.
Il nostro compito è sempre stato quello di dimostrarlo, di far crescere la consapevolezza della nostra forza collettiva. È una visione della classe lavoratrice che raramente emerge nella nostra cultura borghese, ed è per questo che dobbiamo insistere su di essa e celebrare le nostre vittorie.
Infine, la nostra speranza risiede nel lavorare insieme ai nostri compagni, creando buoni progetti che siano sacche di resistenza. Questo ci dà fiducia e la fiducia ci dà forza, energia e ottimismo.
La speranza non è come incrociare le dita ed esprimere un desiderio. È conoscere il percorso che dobbiamo seguire e avere la convinzione che sia possibile intraprenderlo.
Abbiamo la storia dalla nostra parte, la nostra forza, la nostra solidarietà. E con così tante persone per bene con noi, come potremmo mai perdere!
La lotta continua…
Autore
Di Ken Loach
Lo Stato d’Israele è nato dal furto delle terre palestinesi. Dalla Nakba, la nostra catastrofe, quando la comunità ebraica che abitava la Palestina ha distrutto 500 villaggi, espulso 700mila persone, ucciso migliaia di palestinesi, effettuato centinaia di massacri, tra cui quelli di Tantura e Deir Yassin, con l’obiettivo di costruire uno Stato che fosse solo per loro. L’Occidente ha subito deciso di riconoscere il nuovo Stato e ha iniziato a difenderlo, proteggerlo e finanziarlo con armi e denaro.
Noi palestinesi che veniamo quotidianamente vessati, sappiamo che la mentalità degli israeliani non è cambiata con il tempo. Ancora oggi cercano continuamente di rubare le nostre terre, di mandarci via dalle nostre case per ampliare i loro insediamenti e i confini dello Stato di Israele. In alcuni momenti, dalla Nakba a oggi, i metodi degli israeliani possono anche essere cambiati, ma il loro obiettivo è sempre lo stesso.
Nel film-documentario No Other Land, premiato con l’Oscar, su cui abbiamo lavorato per anni, siamo riusciti a raccontare la realtà quotidiana dell’occupazione e a spiegare le leggi razziste che vigono qui. Misure militari applicate arbitrariamente contro di noi. Che ai coloni ebrei, invece, danno il diritto di espandersi, prosperare e avviare progetti economici sulla nostra terra. La loro presenza consente allo Stato di Israele di costruire strade pubbliche, infrastrutture e trasporti. Lo stesso Stato che distrugge le nostre case mentre noi cerchiamo di ottenere i permessi per costruirle. Sprechiamo i nostri soldi per pagare gli avvocati e vincere le battaglie legali nei tribunali israeliani, ma i risultati rimangono sempre gli stessi: il rifiuto delle nostre richieste per i permessi e la demolizione delle strutture palestinesi.
Se dovessi scegliere un altro titolo per il film No Other Land, lo chiamerei La Nakba continua.
La distruzione di Khalet al-Dabaa
Lo scorso maggio il villaggio di Khalet al-Dabaa, in cui abitavano circa un centinaio di persone, è stato cancellato dalla mappa. Le forze israeliane hanno distrutto ogni casa, ogni recinto per animali, ogni pannello solare. Le famiglie sono rimaste senza un tetto, a dormire all’aperto, sotto il cielo.
Khalet al-Dabaa era uno dei villaggi più belli di Masafer Yatta, ai suoi residenti piaceva molto piantare gli alberi. Ma è stato demolito con il pretesto che l’area fosse destinata all’addestramento per l’esercito, anche se il villaggio esisteva da centinaia di anni.
Israele ha applicato leggi discriminatorie per legittimare la presenza dei coloni nelle terre palestinesi. Ha definito centinaia di migliaia di dunam come “terre dello Stato”, rivendicando per sé l’autorità di governo su di esse. Tra gli anni Settanta e Ottanta Israele ha iniziato a costruire insediamenti su queste terre. Alla fine degli anni Novanta, ha avviato una vera e propria politica di proliferazione degli avamposti coloniali. Sebbene questi avamposti siano illegali anche secondo le stesse leggi dello Stato ebraico, nella pratica non esiste alcuna differenza: Israele fornisce infrastrutture sia agli insediamenti, sia agli avamposti, che sono i germogli delle colonie.
South Hebron Hills, Cisgiordania, agosto 2025
A prima vista Susiya sembra un qualsiasi villaggio agricolo palestinese tra le colline a Sud di Hebron, alle porte del deserto del Negev. Tende e baracche di lamiera sono sparse tra le terre aride, gli ulivi costeggiano i pendii, i recinti per le pecore si nascondono nelle valli. Come la maggior parte degli altri, anche Susiya è soffocata dalla colonia a fianco. Nella notte dello scorso 15 agosto il villaggio è diventato teatro di un brutale assalto in cui due residenti sono rimasti a terra sanguinanti, così gravemente feriti da dover essere ricoverati in ospedale.
Alle 00:50, Khader Nawajah, 56 anni, stava dormendo nella cabina di un camion parcheggiato vicino a casa sua. La moglie Fatima, anche lei 56 anni, riposava accanto a lui. Entrambi cercavano sollievo dal caldo soffocante della loro abitazione, coperta dal tetto in lamiera. La figlia di Khader e Fatima, Dalia, 28 anni, dormiva nella sua piccola stanza a pochi metri di distanza dal camion.
Il primo suono che all’improvviso li ha svegliati, nel cuore della notte, è stato quello del vetro in frantumi: la jeep di famiglia, parcheggiata fuori, colpita dalle pietre. Poi sono arrivate le grida, il battere dei passi e il fragore dei sassi lanciati contro le pareti di metallo.
«All’improvviso, i coloni erano tutto intorno a noi, più di 15, alcuni incappucciati armati di bastoni e pietre», ricorda Khader. È sceso dal camion cercando di illuminare la scena con una torcia, per capire che cosa stesse succedendo. Ma, subito, una grossa pietra l’ha colpito in volto. Il sangue gli colava dalla testa mentre i coloni continuavano a lanciargli i sassi addosso. Sono riusciti a rompergli un braccio e a farlo cadere sulle ginocchia. Fatima ha provato immediatamente a correre verso la stanza di Dalia. Gli aggressori, però, l’hanno inseguita, impedendoglielo. Uno dei coloni l’ha presa a bastonate, talmente forte da spezzarle il braccio destro. Poi, con le pietre, i coloni hanno iniziato a colpire anche il suo corpo e il suo viso. «Sentivo mia figlia urlare da dentro la casa: “Papà! Papà!”. Ma non riuscivo a raggiungerla», racconta ancora Fatima.
Dopo qualche minuto, Dalia è riuscita a trascinare anche la madre all’interno della casa.
Tremando, mentre le pietre non smettevano di colpire la porta. Intanto, fuori, Khader giaceva a terra sanguinante e ansimante. «Eravamo sicuri che volessero ucciderci», ricorda ancora oggi. Solo quando i vicini sono accorsi con le torce, gridando, i coloni se ne sono andati, scappati nel buio della notte.
La vita prima dell‘attacco
Per la famiglia al-Nawaj’ah, la sopravvivenza era una battaglia quotidiana già prima della notte dell’attacco dei coloni. Khader possedeva un gregge di pecore, la sua principale fonte di sostentamento, ma è stato costretto a venderlo dopo che i coloni lo hanno ripetutamente molestato nei pascoli. Soffre di diabete e ipertensione. Ecco perché lui e Fatima spesso dormono all’aperto, visto che a casa non hanno neppure l’elettricità per far funzionare i ventilatori che servono a raffreddare l’aria. Per la famiglia al-Nawaj’ah, l’uliveto – sei dunam di terra ricca di piante – è linfa vitale. Ma anche gli alberi sono stati oggetto di attacchi: «L’anno scorso, i coloni ci hanno impedito di raccogliere le olive mature. Hanno persino picchiato un attivista israeliano che stava con noi», racconta Khader.
Oggi, dopo l’aggressione dei coloni, le vite di Khader e Fatima sono ferme, bloccate nell’ospedale in cui sono ricoverati. Khader ha il naso fratturato, punti di sutura sulla testa e un braccio rotto ingessato. Fatima ha subito un intervento chirurgico per ricomporre le ossa fratturate del suo braccio. Dalia è tormentata dalle urla dei suoi genitori e l’immagine di suo padre immerso nel sangue non le da pace.
Un villaggio sotto assedio
Il villaggio di Susiya è da tempo nel mirino di Israele. Negli anni Ottanta le autorità israeliane hanno dichiarato le terre originarie del villaggio un “sito archeologico”, espellendo i residenti e costringendoli a trasferirsi nei terreni agricoli adiacenti. Da allora, la comunità è stata distrutta più volte, l’ultima nel 2015. Ma le famiglie non si sono arrese: ricostruiscono il villaggio con tende e baracche di lamiera che trasformano in case e scuole.
Il villaggio di Susiya è accerchiato dagli insediamenti e dagli avamposti israeliani. I soldati pattugliano regolarmente l’area, schierandosi sempre dalla parte dei coloni quando scoppiano gli scontri. I residenti non hanno accesso alle reti idriche e elettriche, nonostante vivano a pochi metri dalle infrastrutture che forniscono energia e acqua agli insediamenti.
La strategia è chiara: soffocare Susiya fino a quando le famiglie palestinesi, stremate, non si arrenderanno e andranno via.
Masafer Yatta: il quadro generale
L’assalto a Susiya fa parte di una campagna più ampia che colpisce tutta Masafer Yatta, un gruppo di villaggi a sud di Hebron in cui vivono migliaia di palestinesi.
Nel 1999, l’esercito israeliano ha espulso oltre 700 residenti, dichiarando l’area una “zona di esercitazione militare”. Le famiglie hanno lottato per anni in tribunale con l’obiettivo di riuscire a tornare nelle loro case. Nel maggio 2022, però, la Corte suprema israeliana ha dato ragione all’esercito, autorizzando, di fatto, l’espulsione dell’intera popolazione palestinese.
Da allora le demolizioni si sono fatte più frequenti. Case, scuole, cisterne d’acqua, ulivi e pannelli solari vengono rasi al suolo con la scusa che mancano i permessi che sarebbero necessari alla loro costruzione, – permessi che Israele non concede quasi mai. Così, i residenti vivono nella costante incertezza: non possono neppure sapere se domani, quando si sveglieranno, le loro case saranno ancora in piedi.
«Questa non è violenza casuale», mi ha detto un attivista palestinese di Yatta: «È organizzata. I coloni attaccano, l’esercito li protegge e i tribunali danno la copertura legale. È tutto un unico sistema».
La perdita di un fratello
Per me, la violenza non è astratta. Si è portata via il mio amico, Awdah Hathaleen, un attivista della comunità di Umm al-Khair.
Awdah era più di una vittima, uno dei tanti numeri che vengono comunicati in maniera fredda dai media. Era un uomo che custodiva storie, che accoglieva i visitatori con il tè all’ombra di un albero di fichi. Credeva fermamente nella dignità umana, anche quando tutto sembrava contro di noi. Awdah organizzava proteste, documentava le demolizioni, si fermava disarmato di fronte alle ruspe, per impedire che distruggessero le abitazioni della sua comunità. La sua voce era insieme rabbia e speranza: un promemoria necessario a tenere a mente che la vita deve essere vissuta sempre, anche sotto assedio.
Il 28 luglio, Awdah è stato ucciso dal colono Yinon Levi, un uomo noto per essere stato alla guida di violente incursioni nelle terre palestinesi. Levi è stato sanzionato da almeno otto paesi, tra questi ci sono Regno Unito, Francia e Canada. Eppure qui, in Cisgiordania, circola liberamente, protetto dallo Stato di Israele.
«La morte di Awdah ci ha mostrato quanto siano poco preziose le nostre vite agli occhi degli occupanti», racconta uno degli abitanti di Umm al-Khair. Per me, la sua morte ha significato perdere un amico la cui risata e il cui coraggio risuonano ancora nelle mie orecchie. La sua assenza è una ferita dolorosa nella nostra comunità, un’ulteriore prova di come la violenza non miri solo a rubare le nostre terre ma anche a spezzare il nostro spirito.
La complicità internazionale
Nonostante le condanne, gli Stati Uniti e l’Unione Europea continuano a fornire a Israele sostegno militare, diplomatico ed economico. Le scuole e i progetti idrici finanziati dall’Ue vengono regolarmente demoliti. Le simboliche dichiarazioni di “preoccupazione” dei funzionari sono le uniche reazioni delle istituzioni internazionali.
Nel frattempo, i coloni sanzionati all’estero, come Yinon Levi, agiscono impunemente in Cisgiordania. Per i palestinesi, questo doppio standard è la prova della complicità internazionale. «L’Ue costruisce una scuola, Israele la demolisce, allora l’Ue rilascia una dichiarazione di preoccupazione. Questa è complicità. Mentre i nostri figli rimangono senza scuole».
La cancellazione, una pietra alla volta
Quello che è accaduto a Khader e Fatima al-Nawaj’ah non è durato solo una notte. Fa parte di una strategia per eliminare la presenza palestinese nell’Area C: attraverso sentenze, ordini militari e la violenza dei coloni che fungono da esecutori non ufficiali dello Stato.
La cancellazione dei palestinesi non avviene in un colpo solo. Ma lentamente, logorando le famiglie finché non riescono più a resistere. Una pietra, un osso rotto, una demolizione, un omicidio alla volta. Eppure nonostante il dolore, la determinazione persiste. «Siamo qui, anche se ci rompono le ossa», sottolinea Fatima con la voce fioca, con il braccio immobilizzato. «Questa terra è la nostra vita. Senza non siamo nulla». Khader, ancora stordito dalle ferite alla testa, ha ripetuto le sue stesse parole: «Possono attaccarci, distruggere le nostre case, uccidere i nostri amici. Ma non ce ne andremo. Questa è la nostra terra». E così, a Susiya, a Masafer Yatta, a Khalet al-Dabaa, le famiglie ricostruiscono quello che viene distrutto, seppelliscono i morti e si aggrappano ostinatamente alla terra sotto i loro piedi. Rifiutandosi di scomparire, mentre il mondo resta fermo a guardare.
Autore
Di Basel Adra
La trappola di H.C.
Mi chiamo H.C., ho 21 anni e vengo dal Gambia. Sono il fratello maggiore della mia famiglia. Dopo la morte di nostro padre, tutto è cambiato. Lui era l’unico che cercava di mandarci a scuola, anche se non aveva quasi nulla. Faceva di tutto per pagare le tasse scolastiche, anche solo un po’ alla volta. Quando se n’è andato, io ho dovuto rinunciare ai miei studi. Avevo completato una formazione di base in edilizia, ma non potevo permettermi di proseguire.
La situazione in Gambia peggiorava di giorno in giorno. Il cibo costava sempre di più, le tasse scolastiche diventavano impossibili da pagare. Le proteste aumentavano e il governo rispondeva con violenza. Io vedevo il futuro dei miei fratelli più piccoli svanire, come già era svanito il mio.
Così ho deciso di partire. Non per egoismo. Ma perché se fossi riuscito a raggiungere l’Europa, avrei potuto aiutare loro. Avrei potuto studiare, lavorare e ricostruire un futuro per tutti noi.
Pensavo che il viaggio sarebbe durato pochi giorni. Pensavo: «Arriverò in Libia, e poi in due o tre giorni sarò in Italia». Ma non avevo idea di cosa mi aspettava. Nel Sahara ho visto la morte con i miei occhi. Mancava l’acqua, il caldo era insopportabile. Per fortuna il ragazzo algerino che ci portava era uno dei pochi che ci dava da bere. Ma molti non ce l’hanno fatta.
Quando sono arrivato in Libia, ho trovato l’inferno.
Ho provato a partire due volte da Zuara. Una volta, ho pagato un passaggio e i trafficanti sono scappati con i miei soldi. Un’altra volta siamo partiti ma la barca si è rotta in mare, ha iniziato ad affondare. L’acqua entrava ovunque.
Abbiamo perso cinque persone quel giorno. Dio ci ha salvati. Io e il mio amico siamo riusciti a tornare indietro, ma ho riportato ferite gravi e sono stato poi picchiato con bastoni dalla polizia.
Ci sono stati momenti in cui ho pensato di tornare a casa. Ho anche provato a registrarmi per rimpatriare, ma ogni volta che parlo con la mia famiglia capisco che non c’è nulla a cui tornare. La nostra casa è distrutta, il tetto crolla con la pioggia, l’acqua entra dentro e danneggia tutto. Mia madre mi ha mandato una foto: la casa sta letteralmente cadendo a pezzi. L’unica cosa che ancora la protegge è un vecchio albero di mango piantato da mio padre tanto tempo fa.
E allora continuo. Perché anche se la Libia è un incubo – ed è sempre peggio, con le violenze contro i migranti, gli accoltellamenti per strada, i rastrellamenti – io continuo a resistere. Perché rinunciare adesso sarebbe tradire tutto ciò che ho già perso.
Non voglio andare in Europa solo per lavorare. Io voglio studiare, voglio realizzarmi. Voglio diventare qualcuno, per poter aiutare la mia famiglia e dare a mio fratello minore quello che io non ho avuto. Lui ha 16 anni. Merita di andare a scuola. Merita un tetto sopra la testa.
Ho imparato tanti mestieri lungo la strada. Ho lavato macchine, lavorato nei cantieri, fatto qualunque cosa per guadagnarmi da vivere. Spesso non mi pagavano, o mi davano solo da mangiare. Ma non ho mai smesso di sperare.
Oggi non posso nemmeno uscire di casa. I migranti come me vengono presi per strada, picchiati, arrestati o peggio. Ma so che questo è il momento giusto per provare di nuovo ad attraversare il Mediterraneo. Molti dei miei amici stanno attraversando il mare in questi giorni. Io devo farcela. Non posso permettermi di fallire.
Sono passati quattro anni da quando ho lasciato casa, avevo solo 17 anni. Sono ancora giovane, ma mi sento molto più vecchio. Nonostante tutto quello che ho passato, non ho perso la speranza. Perché il mio sogno non è solo sopravvivere. Il mio sogno è vivere. Ricostruire. E far sì che un giorno, quando mio fratello mi guarderà, potrà dire: «H.C. non ha mollato. E grazie a lui, ora io ho un futuro».
Il viaggio di David Yambio
La Libia è una creazione dell’Europa, il suo segreto oscuro, l’inferno che ha costruito per tenere le mani pulite. Il viaggio dalla Libia all’Europa non è solo un passaggio di speranza, è una negoziazione con la morte. Ogni onda del Mediterraneo porta con sé il peso della nostra disperazione, dei nostri futuri rubati. È un promemoria che la sopravvivenza non è un trionfo, ma solo un rinvio dell’inevitabile.
Eppure, eccomi qui in Europa, vivo ma non libero. Ho attraversato il Mediterraneo non perché credevo nelle promesse dell’Europa, ma perché non avevo altra scelta. Questa terra non mi vuole, ma ha bisogno di me. Le mie mani raccolgono i suoi frutti, il mio sudore costruisce le sue case. Sono il lavoratore di cui non può fare a meno, ma anche la minaccia che non può sopportare di vedere. Ogni giorno mi ricorda che sono visibile e invisibile al tempo stesso. Vedono le mie mani quando servono, ma mai il mio volto. Ho lavorato nei campi sotto lo stesso sole che, nel deserto, cercava di uccidermi, solo per essere pagato in sussurri e mandato via prima che arrivassero i veri residenti. Per strada, i loro occhi mi seguono non con curiosità, ma con sospetto, come se la mia sola presenza fosse un crimine.
Sto scrivendo questo testo da questa Europa, la terra che ha lottato così duramente per tenermi fuori ma che sembra non poter fare a meno di me. Ora sono qui, non perché lo desideri, ma perché questo luogo si è reso inevitabile. È arrivato nel profondo della mia terra, ha preso ciò che voleva e ha lasciato il resto in rovina. Ha armato le mani che hanno fatto a pezzi il mio Paese e, quando ho cercato di fuggire dalle macerie, ha costruito recinzioni per fermarmi. Eppure eccomi qui, in piedi su un suolo che mi vede come un problema, come un’ombra che non appartiene. Ho portato con me quest’ombra, attraverso deserti che sembravano decisi a divorarmi e mari che non si curavano se sarei vissuto o morto. I miei piedi hanno toccato terre che non promettevano nulla e che hanno mantenuto ancor meno promesse. E ora, fermo qui, mi chiedo se la terra sotto di me senta il peso dei miei passi o se semplicemente finga che io non ci sia.
Ho visto uomini sepolti dalla sabbia e donne portate via da mani prive di pietà.
Sono passato per la Libia, che è diventata una macchina costruita per macinare corpi neri fino a ridurli in polvere. Ho visto uomini incatenati e venduti come bestiame, donne stuprate finché il loro spirito non si spezzava.
Gli echi del passato risuonano forti in quelle terre. Le aste di oggi portano gli stessi calcoli freddi di secoli fa: un uomo ridotto alla forza delle sue braccia, una donna alla curva della sua schiena, un bambino al potenziale dei suoi anni.
I campi profughi del Ciad, del Niger e della Libia non sono santuari. Sono magazzini di vite considerate indegne. Sono prigioni in tutto tranne che nel nome, progettate per tenere lontano il migrante nero, ben distante dai confini dorati dell’Europa. Per coloro che affrontano il Mediterraneo e mettono piede sul suolo europeo, li attende un altro sistema di disumanizzazione. Qui, il migrante viene raffinato, come mais macinato fino a diventare farina fine.
Questo processo estrae da lui ciò di cui l’Europa ha bisogno: il suo lavoro, la sua forza, la sua sottomissione a una cultura a cui non apparterrà mai davvero. Se non riesce a soddisfare questi criteri, viene scartato, lasciato marcire nei cosiddetti centri di accoglienza, dove non aspetta rifugio, ma giudizio. Gli anni passano mentre l’Europa dibatte su quale porzione di umanità egli meriti e anche sul quando concedergliela.
Io sono qui, ma non qui. Sono necessario, ma non desiderato. Eppure, esiste una solidarietà, fragile, esitante e frammentata. Coloro che la offrono immaginano una rinascita, una nuova identità per l’Europa, in cui le cicatrici della storia possano iniziare a guarire. Ma questa visione rimane fragile, intrecciata nell’ego e nell’identità che faticano a sciogliere. È una fiammella di speranza, ma troppo debole per illuminare il cammino. Questa solidarietà, pur ben intenzionata, porta spesso il peso del senso di colpa più che la forza della vera responsabilità. È una solidarietà che offre cerotti mentre evita il bisturi necessario a rimuovere la malattia. Questa è la realtà dell’essere un migrante nero nel 2025. Non è una vita, è una negoziazione costante con un sistema progettato per distruggermi.
Il limbo di Insaf Dimassi
Da anni discutiamo della riforma della cittadinanza dentro una cornice riduttiva e binaria, chiedendoci se sia giusto o sbagliato cambiarla, invece di domandarci cosa è cambiato nel Paese da rendere insostenibile una legge pensata per un’Italia che non esiste più. In trent’anni l’Italia è mutata profondamente. Tuttavia, la legge 91 del 1992 continua a riflettere un’idea genealogica di appartenenza, costruita per mantenere il legame con i discendenti, più che per riconoscere la realtà di chi in Italia ci vive, studia, cresce, ama. È una legge che oggi genera disallineamento tra la realtà sociale e la realtà giuridica, producendo esclusione e sospensione.
Le cosiddette “seconde generazioni”, più di un milione di giovani, rappresentano la prova vivente di questa frattura. Non sono migranti — al massimo figli di un’esperienza migratoria — ma cittadini di fatto, cui è negata la piena cittadinanza di diritto. Continuare a ricondurli dentro la categoria migrante significa razzializzare il tempo, collocarli in una perenne condizione di “non ancora”: non più stranieri, ma non ancora italiani. Questo scarto temporale e simbolico mostra quanto la cittadinanza in Italia non sia solo uno status legale, ma un dispositivo politico che stabilisce chi ha diritto a proiettarsi nel futuro e chi invece deve restare nel limbo dell’attesa. La sua funzione non è soltanto includere o escludere, ma anche differire: rinviare nel tempo il riconoscimento, trasformando la vita quotidiana di migliaia di giovani in una prova continua di legittimità.
Parlare di identità, oggi, significa parlare di potere. L’identità nazionale non è una sostanza immutabile, ma un campo di negoziazione dove si decidono i confini del “noi”.
Nel dibattito sulla cittadinanza, questa negoziazione assume toni morali: chi merita di appartenere, chi deve dimostrare di esserne degno. Il passaggio da un’identità etnico-genealogica a una civico-relazionale — fondata su partecipazione, formazione, territorio — destabilizza l’immaginario nazionale. Significa accettare che l’italianità non è ereditata, ma prodotta socialmente, e che il riconoscimento giuridico deve seguire la realtà, non precederla. Di futuro si muore quando questo viene continuamente promesso e mai concesso, quando la cittadinanza rimane un orizzonte lontano che si sposta in avanti a ogni generazione.
Negli anni questo immobilismo normativo è stato riempito di nuovi significati politici. La cittadinanza, da strumento di riconoscimento, è diventata un campo di battaglia ideologico: a destra, difesa come baluardo identitario contro una presunta “diluizione culturale”; a sinistra, spesso ridotta a gesto umanitario, più morale che strutturale, svuotato di analisi politica. Così un tema pre-politico — il riconoscimento della realtà sociale — è stato inghiottito dal linguaggio partitico, perdendo la sua funzione originaria di ponte tra Stato e società.
La cittadinanza tuttavia è un istituto poroso: la sua forza sta nella capacità di adattarsi ai cambiamenti demografici e di riflettere la società che rappresenta. Quando questo adattamento si arresta, diventa una tecnologia di esclusione, un archivio statico di appartenenza. E quando una legge non si rinnova, non resta neutrale: diventa conservatrice e reazionaria per inerzia.
La legge 91 del 1992 nasce in un contesto storico in cui noi non esistevamo ancora come categoria sociale. All’epoca non c’erano figli di migranti cresciuti in Italia, né una realtà numericamente o culturalmente paragonabile a quella di oggi. Non si poteva immaginare che, trent’anni dopo, sarebbe nata una generazione di cittadini italiani di origine straniera che vivono una condizione paradossale: italiani in tutto, tranne che per la legge. La categoria “seconde generazioni”, con cui si è tentato di definirci, è impropria e presuppone un atto di migrazione che noi non abbiamo compiuto. Noi non rappresentiamo la continuazione del percorso dei nostri genitori, ma l’esito di un nuovo processo sociale: quello di una società italiana che si è trasformata, e che oggi si ritrova a convivere con se stessa in forme diverse.
Questa distanza semantica — tra ciò che siamo e come veniamo definiti — è tutt’altro che linguistica: è politica. Il potere non si manifesta solo nel decidere chi è dentro e chi è fuori, ma nel decidere quando qualcuno può appartenere. La legge sulla cittadinanza non esclude esplicitamente: rimanda. Chi nasce italiano può permettersi di progettare; chi non lo è deve prima attendere.
E il potere del tempo non è una novità della burocrazia contemporanea ma un’eredità coloniale. E in fondo la cittadinanza italiana funziona ancora così: si fonda sull’idea che alcuni debbano dimostrare di essere pronti, di aver raggiunto un grado sufficiente di integrazione, di aver imparato il linguaggio e i codici del Paese per poter “entrare”. L’Europa si è costruita come spazio di cittadinanza universale solo perché altrove ha costruito spazi di non-cittadinanza. Le frontiere che oggi definiscono chi può attraversare e chi deve morire nel Mediterraneo sono l’estensione delle vecchie frontiere coloniali: linee mobili che separano la vita degna dalla vita sacrificabile.
La massima espressione materiale di questi confini è il passaporto: un confine portatile che ciascuno di noi tiene in tasca. È per questo che l’Europa, per proteggere la propria mobilità interna, ha imparato a spostare le proprie frontiere fuori da sé. L’esternalizzazione delle frontiere è la versione contemporanea della logica coloniale: delegare la violenza per mantenere intatta la narrazione della civiltà.
Non avere la cittadinanza ha due implicazioni fondamentali. La prima è la paura di perdere tutto ciò che si è costruito. Perché un permesso di soggiorno, anche quando è “a tempo indeterminato”, non è mai davvero permanente, ma è una condizione revocabile, subordinata e fragile. La seconda ferita è la mancanza dei diritti politici.
Non solo il diritto di voto, ma il diritto di partecipare, di dissentire, di occupare lo spazio pubblico senza paura. Chi non ha la cittadinanza vive in una zona grigia della democrazia. E allora viene da chiedersi: cosa significa vivere nel Paese che è casa tua, dove ami, lavori, soffri, paghi le tasse, se non puoi esercitare il diritto più elementare della democrazia — partecipare alla vita politica? Dov’è il confine, esattamente, tra questa condizione e la sudditanza?
La verità è che il privilegio apparente di chi “ha la cittadinanza” è una trappola collettiva: si usa il ricatto dei più vulnerabili per disciplinare anche chi si crede al sicuro. Se non lo comprendiamo come una questione di coscienza di classe, abbiamo già perso. Abbiamo smarrito il senso di comunità, la capacità di riconoscerci nella stessa condizione materiale — e questo, più di ogni legge, rischia di essere il vero punto di non ritorno.
Autori
Di H.C., David Yambio, Insaf Dimassi
Mini CLaim
I movimenti LGTBQIA+, con il loro portato dirompente, nel corso dei decenni dai margini si sono spostati occupando il centro della scena. Da non essere neanche nominate, o peggio dall’essere vessate, arrestate, picchiate (condizioni che continuano ad esistere in molti Paesi e in forme disparate), le persone LGTBQIA+ sono passate in pochi decenni al centro del dibattito. Le nostre istanze e rivendicazioni, dalle assemblee e dalle piattaforme sono passate nel corso del tempo nei programmi elettorali dei partiti, nelle notizie dei TG, nelle agende politiche; sono diventate motivo di scontro o incontro, perfino catalizzatrici di consenso elettorale per le destre.
Le nostre identità, i nostri corpi, i nostri desideri sono diventati argomenti divisivi, attorno ai quali tutti si sentono chiamati ad esprimersi, come in una consultazione referendaria: sì/no.
Negli ultimi tempi, con l’ascesa delle ultra destre nel mondo, negli Usa e in Europa, le (insufficienti) conquiste ottenute sono a rischio. Come persone queer, qual è l’orizzonte politico in cui muoverci, in questa nuova ristrutturazione del capitalismo, durante questa crisi economica e sociale?
Ne abbiamo parlato con Federico Zappino, filosofo politico, teorico queer, attivista e traduttore.
JONATHAN SILVESTRO C’è stata una fase, durata qualche decennio, in cui le forze democratiche-progressiste erano al Governo nei principali Paesi occidentali. In Italia, centro-sinistra e riformisti sostenevano istanze di uguaglianza e inclusione; negli Usa era lo stesso. La fase ora è cambiata in termini di politiche, dibattito, perfino di tutele e leggi. Con l’ascesa delle forze di estrema destra nel mondo, con l’attacco frontale alle soggettività trans*, ma anche alla comunità in generale, alle famiglie omogenitoriali, in atto in tutto il mondo. Come sono cambiate le forme di mobilitazione e interlocuzione?
FEDERICO ZAPPINO Di fronte alle trasformazioni globali, ai movimenti transfemministi e queer, alle migrazioni, tutte “minacce” per lo Stato-nazione, si respira da tempo un vento di cambiamento, un cambio di passo nell’esercizio del potere, un ridiventare straight del mondo contro germogli di cambiamento sociale ritenuti potenzialmente pericolosi, che mettono in crisi una serie di strutture etero-patriarcali, binarie e bianche. Anche i confini si intensificano. Qualche anno fa, Orbán disse che il principale obiettivo dell’Europa sarebbe dovuto essere quello di crescere giovani che avessero a cuore il desiderio di fare famiglia (etero, ovviamente) per arrestare il calo delle nascite e la presunta minaccia demo grafica rappresentata dalle migrazioni. Questo discorso è molto comune nel neo-conservatorismo globale.
JONATHAN SILVESTRO Che senso ha fare Pride, fare militanza in questo mondo quindi?
FEDERICO ZAPPINO Di fronte a noi abbiamo forme di potere molto più schiette. Le formazioni di centro-sinistra erano nostre alleate su temi come il matrimonio e, più in generale, i diritti civili. Ma non ci seguivano se si parlava di rapporti di classe, istanze queer o transfemministe più ambiziose. Oggi non abbiamo quasi nessun alleato, abbiamo anzi nemici che utilizzano poteri dello Stato per rifondare una nazione coesa, etero-patriarcale, bianca. Il nemico che abbiamo di fronte è ovvio: è l’autoritarismo. Il rischio, però, è di pensare che il suo correttivo sia il neoliberismo, o il liberalismo. Se la nostra lotta non è intersezionale, se non riesce a leggere neoliberismo e neoconservatorismo come due facce della stessa medaglia, allora non ha senso. L’estrema destra attuale non è che il prodotto storico del capitalismo neoliberista, perché si innesta sulle sue promesse mancate. Si era presentato come “inclusivo”, come un capitalismo che avrebbe integrato in sé gli aspetti più nobili della democrazia liberale. Ma in realtà non ha mai sovvertito le matrici delle disuguaglianze: ha solo “incluso”, cioè ha concesso qualche diritto in un sistema strutturalmente disuguale. Le vit torie elettorali di Trump nel 2016 e nel 2024 hanno fatto leva, ad esempio, sul risentimento maschile e bianco. Volgendo lo sguardo all’Europa, il bersaglio dell’autoritarismo sono le minoranze etniche, di genere, di classe. Le destre europee si sono compattate
nel contrasto all’Unione Europea – la stessa che, nel 2016, spinse l’Italia a legiferare sulle unioni civili – narrata come una minaccia totalitaria che vuole imporre un’unica visione, erodendo la sovranità nazionale.
JONATHAN SILVESTRO A volte le istanze legate ai diritti civili, come matrimonio egualitario e adozione, vengono derubricate da alcune aree dei movimenti come forme di sussunzione. È un pericolo vero?
FEDERICO ZAPPINO Quando la politica parla di matrimonio lo fa passare solo come una questione di pari dignità. Ma il suo riconoscimento è anche una questione di classe. Quando mai abbiamo sentito dire che questa disuguaglianza, rispetto alle coppie etero, è anche una disuguaglianza economica? Fino alla legge sulle unioni
civili, solo le coppie gay e lesbiche più ricche potevano permettersi di pagare notai e avvocati per mettere al riparo case e proprietà in caso di morte del partner. Quindi le unioni civili sono state molto importanti anche dal punto di vista di classe. Detto questo, la mia idea è che le rivendicazioni dei movimenti dovrebbero andare anche oltre un dibattito già impostato da altri. La militanza funziona quando ha grandi sfide davanti a sé. Il legislatore non può che correggere una discriminazione, ma non tocca a lui gettare il cuore oltre l’ostacolo. Tocca ai movimenti.
Quando la politica parla di matrimonio lo fa passare solo come una questione di pari dignità. Ma il suo riconoscimento è anche una questione di classe
JONATHAN SILVESTRO Attualmente c’è un tentativo di alcune forze conservatrici di appropriarsi di temi storicamente legati alle donne e alle minoranze. Il femonazionalismo, di cui Marine Le Pen è stata espressione molto prima di Giorgia Meloni, è un esempio. Negli Usa ci sono gruppi che rivendicano di non essere LGBTQIA+, pur essendo omosessuali. In Italia Francesca Pascale, ex di Berlusconi e parte di Forza Italia, ha fondato insieme ad altre persone il movimento “Gay conservatori e liberali”. Secondo te hanno uno spazio di agibilità? Dobbiamo preoccuparci?
FEDERICO ZAPPINO Da tempo, in Europa, discorsi presuntamente femministi o LGBTQIA+ si appropriano del tema della sicurezza o della violenza di genere in chiave anti-migratoria. In un Paese conservatore come l’Italia, la destra è riuscita a battere la sinistra sulla rappresentanza femminile: con Berlusconi ci fu la prima donna Presidente del Senato e Meloni è la prima donna Presidente del Consiglio. Ma il punto è che essere una donna, così come essere gay, o trans, non è di per sé una garanzia politica, e dirlo mi costa molta fatica. A fare la differenza è solo quello che fai, come metti a tema la tua oppressione per rendere il mondo un posto migliore,
per chiunque. Quindi sì, hanno spazio di manovra, il problema è capire quale alternativa siamo in grado di opporre. Siamo di fronte a uno scontro epocale. Ma la soluzione non va ricercata nella causa del male, bensì nella sua opposizione. E ciò significa che dobbiamo sovvertire le matrici di produzione delle disuguaglianze, tutte,
quelle di genere e sessuali, quelle razziali, quelle di classe. Cosa significhi, concretamente, sovvertirle lo deve dire la militanza.
Di Jonathan Silvestro, Federico Zappino
In questa parte di mondo, che ruota intorno ai dettami e alle asimmetrie di potere, dove l’eteronormatività risulta essere un dispositivo garantista e rassicurante, l’accesso al lavoro non è uguale per tutte le persone. La discriminazione nei confronti delle soggetti vità LGBTQIA+ esiste e persiste. Nonostante i passi avanti normativi, come la direttiva europea 2000/78/CE, recepita in Italia con il D.lgs. 216/2003, i dati e le esperienze dirette evidenziano barriere concrete, che vanno dall’assunzione fino ai percorsi per fare carriera.
In Italia non esiste una legislazione che riconosca i crimini d’odio basati su orientamento e identità di genere e che possa svolgere una funzione culturale e pedagogica. Senza di essa, il messaggio percepito a livello sociale è che le discriminazioni delle persone LGBTQIA+ siano “meno gravi” rispetto ad altre forme d’odio, come quello razziale o religioso. Da un lato tutele solide, specifiche e ben collaudate all’interno del perimetro del diritto del lavoro, dall’altro vuoto normativo stringente nel diritto penale per quanto riguarda i reati d’odio e le discriminazioni fuori dal contesto occupazionale.

Il fulcro della legislazione italiana sui crimini d’odio è rappresentato dalla Sezione I-bis del Libro II del Codice Penale, che ha recepito all’interno del codice i contenuti della Legge Mancino (D.L. 122/1993).
L’Articolo 604-bis c.p. punisce la propaganda di idee fondate sulla superiorità o sull’odio. C’è un elenco delle caratteristiche protette, ma l’orientamento sessuale e l’identità di genere ne sono normativamente esclusi. La legge non prevede che queste aggravanti vengano applicate automaticamente alle aggressioni omo-lesbo-bi-transfobiche. Era esattamente questo che il Ddl Zan, pur con le sue evidenti lacune, mirava a modificare nel 2021; è esattamente questo che certa politica attendista e reazionaria ha scientemente affossato.
Allo sfruttamento lavorativo e alle barriere imposte dal mercato a danno delle persone LGBTQIA+, si aggiungono l’assenza di tutele, di riconoscimento e di precarietà abitativa
Il report della Gay Help Line, il contact center contro l’omotransfobia istituito da Roma Capitale nel 2006, ci consegna anche quest’anno una fotografia lucida e senza zone d’ombra. Il lavoro condotto, che riporta i dati del 2025, mostra come l’accesso al lavoro, la stabilità occupazionale, il riconoscimento dei legami familiari e il diritto alla cura siano condizionati dal grado di accettabilità sociale attribuito alle identità e alle relazioni delle persone.
La discriminazione in ambito lavorativo con il 33,87% di casi legati all’orientamento sessuale e l’11,29% motivati dall’identità di genere, è l’ambito che colpisce di più. Questi dati mettono in luce una realtà complessa, senza infingimenti – si legge nel report – secondo la quale la discriminazione non è mai un fenomeno isolato, ma l’effetto di più vulnerabilità che si sommano.
E così il pregiudizio si trasforma rapidamente in un danno materiale ed economico concreto, colpendo con precisione quasi chirurgica chi è meno tutelato. Il report conferma che oltre 1/3 delle persone LGBTQIA+ in Italia ha subito discriminazioni sul lavoro in linea con la LGBTIQ Survey II della FRA, l’agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali. Le modalità principali includono la mancata assunzione/rinnovo, il mobbing, il ricatto e l’outing. La visibilità forzata, spesso legata alla discrepanza tra documenti ed espressione di genere, espone maggiormente alle logiche performative del mondo del lavoro, minando un diritto sancito dalla nostra carta costituzionale, secondo il quale lo Stato tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni.

Le persone transgender e non binarie rappresentano un’intersezione di vulnerabilità e marginalità in cui, allo sfruttamento lavorativo e alle barriere imposte dal mercato, si aggiungono l’assenza di tutele, di riconoscimento, la precarietà abitativa e l’assenza di reti di protezione. Tutte condizioni che rendono il confine tra lavoro povero, sfruttamento e abuso estremamente sottile. Abuso che è sinonimo di lassismo in questo caso; un agente innescato da politiche inefficaci e risorse sempre meno sufficienti. L’Indagine sulle discriminazioni lavorative nei confronti delle persone trans e non binarie condotta da Istat e Unar – Ufficio nazionale antidiscriminazioni
razziali – nel 2023, riporta un dato incontrovertibile: il 57,1% delle persone occupate o ex-occupate che hanno partecipato all’indagine ritiene che la propria identità di genere trans o non binaria abbia costituito uno svantaggio nel corso della vita, passando da misgendering, microaggressioni e insulti. Situazioni che hanno un impatto devastante sul quotidiano e che acuiscono e alimentano minority stress e invisibilizzazione delle identità. E poi c’è il sommerso, che ci ha abituati a non vedere, a non ricordare. Proust direbbe che viviamo con il nostro essere ridotto al minimo e che la maggior parte delle nostre facoltà restano addormentate riposando sull’abitudine. Destarsi significa ascoltare. Margherita – nome di fantasia – è una donna transgender di 32 anni e mi racconta che è ancora in attesa di una convocazione per avviare la richiesta di protezione internazionale. Vive in un limbo da 5 mesi. Nel suo paese di origine la terapia ormonale per intraprendere un percorso di affermazione di genere non è consentita.
Le persone “come lei” rischiano la vita. La vita scorre lenta nel guazzabuglio di norme e potere.
Autore
Di Lucia Caponera
Il 9 maggio a Torre Annunziata è stata festa grande: a Palazzo Glicine – nel quartiere di Pruvulera – la mamma Delfina Faraglioni e il papà Gennaro Martagliati, che nove mesi prima si erano sposati come tradizione vuole a Quartiere dei Pescatori, con un parto lesbico e trans hanno finalmente dato vita alla criaturacriaturo, bambolottabambolotto CiroCiretta: lə bambinə preferitə di tutta la città. E allora feste, musiche, banchetti, campane, drappi e drappeggi: da Palazzo Glicine fino al mare. E di nuovo dal mare fino a Palazzo Glicine. Benedizioni, buoni raccolti, buone campagne, buon sesso, buon vino, buon cibo e tanta felicità. Tutte e
tutti possono essere contente e contenti: questə bambinə non è una muscolessa, palestrata, macista e bastarda. Questə bambinə è un’altra cosa: è beneficio e abbondanza. Questə bambinə è per la città di Torre e alla città di Torre porta fortuna. Questə bambinə è femminella!
«E allora auguri! Auguri e Figli Femminelle!»
Quando JUPI – nelle vesti di Delfina – mi racconta il rito della Figliata, la cosa che incredula passa più tempo a descrivere è l’atmosfera di festa e di gioia con cui la comunità di Torre Annunziata ha accolto il parto di CiroCiretta, bambolotto femminella. Lo ripete più volte: i musici; i tammurrianti; ballanti; curiosi. Banchetti e
balli, balli e banchetti. E ancora balli e banchetti, banchetti e balli.
JUPI è una delle fondatrici di Korybass, collettivo artistico fondato a Napoli nel 2023 ispirato alla tradizione dei Coribanti, sacerdoti della dea della natura Cibele venerata sul Monte Partenio, conosciuto oggi per la juta delle femminelle, e descritti da Korybass come «un gruppo gender-non-conforming che sfida le norme sociali di qualsiasi epoca; un mix tra rito religioso, intifada queer e performance art». Korybass da un anno porta avanti le tradizioni del calendario femminiello, dopo esser stato scelto e riconosciuto dall’associazione Afan (Associazione Femminelle Antiche Napoletane) come movimento tramandatario. Nella storia dei movimenti campani e nella cultura delle ‘femminelle’ i gruppi riconosciuti sono sempre stati tre: le femminelle di montagna; le femminelle
di campagna; e le femminelle di mare. Napoli, e Torre Annunziata, ospitano e accolgono le femminelle di mare. E il loro calendario di eventi e pratiche di comunità:
Lo sposalizio (a settembre);
La morte di Carnevale;
La figliata (9 mesi dopo lo sposalizio);
E il passaggio di testimone, il rito in cui la sposa e mamma dell’anno
porta con una festa a conoscere il bambino partorito a colei che
sarà la nuova sposa e la nuova mamma.
In questo momento siamo in un vortice di eventi e domande storiche e terminologiche a cui siamo noi a dover dare significato e risposta
Korybass è iniziato come un polo in città per talk, eventi e performance, e nell’ultimo anno ha svolto un lavoro di ricerca e dialogo non solo con il futuro – descritto da JUPI come quello che ‘auspicabilmente si potrebbe e speriamo tutte che si potrà’ – ma con il passato e le tradizioni che le comunità prima di noi hanno costruito. Un
passato da scandagliare, dice. Scandagliare nel senso che «il sogno di connettersi con un patrimonio culturale è diventato necessità di riappropriarsene», di dire a chi ci guarda che siamo tutte vive, belle e in salute. «Siamo diverse, elettroniche, nate dal mare e cemento. È vero. ‘Le femminelle di città, le femminelle urbane’ ci hanno detto scherzando. Forse però è vero».
Quest’anno la sposa e mamma è stata JUPI, interpretando il rito storico nelle vesti di Delfina, e lo sposo e padre è stato Amber, nelle vesti di Gennaro. «Questi eventi, sia il matrimonio che la figliata, non succedevano da 16 anni», mi dice JUPI, raccontandomi di come la tradizione si fosse fermata e di quanto sia stato difficile lavorare un anno per riprenderla.
«Ci abbiamo provato, non con pochi clash culturali. Ma ci hanno chiesto di essere istruite a recuperare il calendario femminiello, e noi lo abbiamo fatto. Rispettando la tradizione e a modo nostro riscrivendole: allo sposalizio c’ero io, JUPI, come sposa, e lo sposo era un’altra persona femminella, non l’uomo CIS muscoloso che l’ironica tradizione vuole. Noi abbiamo fatto il matrimonio TxT lesbico, rivoluzionando lo sposalizio. Ed è stata la stessa cosa per La Figliata, dove tutto il cast di parenti, amiche, sorelle e partecipanti era composto da persone trans e gender-non-conforming. Lo abbiamo fatto perché ne sentiamo la responsabilità: in questo momento siamo in un vortice di eventi e domande storiche e terminologiche a cui siamo noi a dover dare significato e risposta». Ad esempio, «prima del rito abbiamo fatto un babyshower, che ovviamente non è previsto dal calendario femminiello. Per noi però era importante per festeggiare il fatto che dal parto non nascesse né un maschio e né una femmina, ma CiroCiretta. Nell’iconografia del calendario nasce un maschietto caratterizzato da un grande fallo di legno a significare l’abbondanza. Ma per noi anche l’abbondanza è un’altra cosa».
Napoli si svuota e così finiamo per condannarci a svuotare le identità delle persone che sono qui che o si perdono e si omologano o se ne vanno a mescolarsi altrove
Tutto è per una questione di identità. Di identità propria e della città. «Napoli si riempie ogni giorno di più di cose che vengono da fuori e si svuota di tutto quello che ha sempre avuto dentro, così si svuotano tutte le tradizioni che le persone di Napoli hanno sempre portato avanti. E finiamo per condannarci a svuotare infine le identità delle persone che sono qui che o si perdono e si omologano o se ne vanno a mescolarsi altrove. Noi invece vogliamo riprenderci il nostro spazio». Ed è per questo che la parola femminella, che porta con sé un significato profondo e sacrale, viene trattata con enorme rispetto.
«Siamo in un momento in cui le parole vengono svendute, usate e modificate a piacere. Ogni giorno c’è qualcuno che parla dell’ultima femminella, affibbiando questo ruolo una volta a una persona e una volta a un’altra. Ma qui non c’è fine, non c’è morte e, soprattutto, non c’è ultimo: le femminelle esistono e stanno bene. Ed esisteranno per sempre. Finché ci sarà una femminella esisterà Napoli, finché esisterà Napoli ci sarà una femminella. Non può essere diversamente».
Questi riti si fanno a cavallo con l’arrivo delle nuove stagioni, arrivano dall’antica Grecia e avvengono diversamente, in diverse parti del mondo, chiamati in diversi modi. Tutti però con la stessa missione: attraverso il ribaltamento, attraverso il nuovo, portare un beneficio, portare abbondanza. Urlare ‘auguri’ e ‘buona fortuna’ alle persone e ai campi che ascoltano. Così che, attraverso la mimesi di chi è femminella, della persona che contiene in sè maschile e il femminile, si rinasca in qualcosa di nuovo.
Il mondo che guarda alla tradizioni come qualcosa che riporta all’ordine patriarcale è un mondo finto. E questo mondo ci stava inscatolando, facendo male, uccidendo. Mentre parliamo, sorridendo, concordiamo sul bisogno di un mondo nuovo che da qualche parte c’è già e che scavando, «scandagliando», può essere ritrovato. Concordiamo sul bisogno di parole nuove. Di significati nuovi.
E allora che il mondo nuovo sia adesso, che il mondo nuovo sia il nostro: auguri e figli femminelle!
Autori
Di Geremia Trinchese, Jupi
IL MEGAFONO - Rubrica
Il lavoro povero continua a essere una condizione diffusa tra i dipendenti di aziende dei settori del Terziario, dei Servizi e, soprattutto, della Filiera del Turismo. Cosa si intende, quindi, con “lavoro povero”? Secondo gli indicatori è quel lavoro che riconosce uno reddito familiare pari o inferiore al 60% della mediana nazionale, condizione spesso aggravata dalla discontinuità lavorativa, dal dumping contrattuale e dai ricatti sugli stipendi al ribasso legati alla forte competitività di questi settori, nonché alla solitudine di chi non è rappresentato da un sindacato. Chiunque percepisca quindi un salario non dignitoso, così come stabilito dall’Art. 36 della Costituzione, si trova nel perimetro del lavoro povero.
Se quasi un dipendente su due è costretto a lavorare in povertà, non si tratta più di una sfortunata eccezione, ma di un sistema, e va combattuto come tale, collettivamente.
Un recente studio di Filcams Cgil relativo al 2024, condotto su 6,3 milioni di persone (96% del totale) utilizzando dati INPS, mostra come il lavoro povero interessi il 47,51% delle/i dipendenti che hanno lavorato almeno una settimana l’anno (utilizzato dallo studio come campione ampio) e il 41,71% delle/i dipendenti che hanno lavorato almeno 12 settimane (campione ristretto). La possibilità di confermare il dato anche sul campione ristretto, con almeno 12 settimane lavorate nell’anno, mostra un fenomeno che colpisce anche lavoratrici e lavoratori stabili, non solo occasionali. Se quasi un dipendente su due è costretto a lavorare in povertà, non si tratta più di una sfortunata eccezione, ma di un sistema, e va combattuto come tale, collettivamente.
Analizzando i dati dello studio, poi, emergono grosse disparità territoriali, settoriali e di genere, che spesso si sommano, dando vita a valori estremamente più alti nell’occupazione femminile e nelle aree del Sud e delle Isole, in particolare nel turismo. Se in questo settore la percentuale di lavoro povero tocca il 71,22 nel campione ampio (chi ha lavorato almeno una settimana), nel Sud e nelle Isole tocca l’81,14%, segnando il 75,32% sul territorio nazionale se si considerano le sole impiegate donne. Numeri che ci dicono qualcosa non solo sulla codificazione patriarcale del lavoro, ma anche sullo sfruttamento, da parte delle aziende, di alcuni soggetti considerati ricattabili, in particolare se donne e se impiegati nell’occupazione stagionale.
È significativo, infatti, che il divario di genere nel turismo aumenti nel campione ristretto, quindi quello che prevede un rapporto lavorativo della durata di almeno 12 settimane, raggiungendo quasi 11 punti percentuali (59,00% uomini, 69,94% donne). Nel settore del commercio, invece, a determinare la condizione di povertà lavorativa sono soprattutto contratti configurabili come «part-time involontario», tipologia non codificata normativamente ma preponderante nella realtà.
Nella catena di discount Eurospin, ad esempio, una delegata racconta che «le nuove assunzioni vengono contrattualizzate solo a 30 ore, di contro a chi invece lavora nell’azienda da anni e vorrebbe una riduzione da 40 a 30 ore e non gli viene concessa». I salari rimangono bassissimi, e la catena «non accetta una contrattazione di secondo livello per integrarli», continua la delegata, che per ragioni di riservatezza preferisce rimanere anonima.
«Spesso consiglio ai più giovani di cercare lavori in altre aziende, perché qui non c’è margine per far capire alla compagnia il valore dei dipendenti, che sono la forza motrice dei loro guadagni»
«Ci troviamo in un ambiente lavorativo inaccettabile, subiamo di continuo intimidazioni, alcune ragazze lavorano quattro o cinque domeniche di fila senza riposo». I dipendenti vengono contattati «di continuo fuori dall’orario lavorativo per chiedere di fare un rientro pomeridiano, o per qualsiasi cosa, ci considerano costantemente reperibili», racconta la donna. «Io ho un contratto a termine da 13 anni, che di anno in anno viene rinnovato. Fino ad ora le fasce orarie che avevamo da contratto non sono mai state rispettate, era il capo negozio che stabiliva il nostro orario. Dalla prossima settimana l’azienda ha deciso che queste fasce verranno invece applicate». La delegata ha sempre lavorato dalle 6 alle 11 di mattina con i rientri pomeridiani al reparto ortofrutta, ora invece «mi trovo con altre fasce, una dalle 15:30 alle 20:30 e l’altra dalle 11 alle 16, cosa incompatibile con il reparto che ricopro. Quindi ho dovuto fare richiesta di cambio di fasce e non so se verrà accettata, di certo mi è stata fatta pesare», spiega. In questo ambiente, «spesso consiglio ai più giovani di cercare lavori in altre aziende, perché qui non c’è margine per far capire alla compagnia il valore dei dipendenti, che sono la forza motrice dei loro guadagni», conclude.
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Di La Redazione
L’immigrazione continua a rappresentare uno dei principali fattori di tenuta demografica ed economica dell’Italia. In un Paese segnato dall’invecchiamento della popolazione e dal calo strutturale della forza lavoro, il lavoro delle persone con background migratorio è ormai una componente essenziale del sistema produttivo italiano.
Ma accanto al contributo lavorativo fondamentale emerge una realtà fatta di segregazione occupazionale, bassi salari e forte vulnerabilità sociale.
Circa il 90% delle persone con background migratorio si trova in età lavorativa (15-64 anni), contro poco più del 60% della popolazione nata in Italia. Nel 2024 le persone di origine straniera corrispondevano al 10,6% della popolazione attiva residente, pari a quasi 4 milioni di persone. Contrariamente alla narrazione politica dominante, gli stranieri lavorano più degli italiani. Con tassi pari al 65% tra i migranti nati nell’UE e al 63% tra quelli nati fuori dall’UE, la popolazione immigrata in Italia presenta una probabilità di occupazione superiore rispetto ai cittadini nati nel Paese. Al Nord l’occupazione di persone di origine straniera raggiunge il 68%, mentre nel Mezzogiorno scende al 52%, pur restando superiore a quella della popolazione locale che si ferma al 48%.
Circa il 90% delle persone con background migratorio si trova in età lavorativa (15-64 anni), contro poco più del 60% della popolazione nata in Italia.
Questa integrazione quantitativa, tuttavia, non coincide con una reale uguaglianza economica. Il lavoro delle persone migranti resta confinato nei segmenti più fragili del mercato: il 26% degli stranieri svolge mansioni non qualificate, contro appena il 7,6% degli italiani. Circa l’80% degli immigrati è inserito nel cosiddetto “mercato secondario”, fatto di lavori precari, fisicamente usuranti e a basso salario. Uno degli aspetti più evidenti è la dequalificazione professionale. Un immigrato su quattro svolge oggi un lavoro meno qualificato rispetto a quello esercitato prima della migrazione. Tra i laureati la quota sale al 42%. Il mancato riconoscimento dei titoli di studio e le difficoltà burocratiche impediscono infatti a molti lavoratori qualificati di accedere a occupazioni coerenti con le proprie competenze.
La segmentazione segue anche linee di genere molto nette. Il divario occupazionale di genere arriva a quasi 30 punti percentuali tra i nati all’estero, mentre i nati in Italia il gap di genere è di 16 punti percentuali. Il 60% delle donne di origine straniera è inattivo. Le lavoratrici migranti si concentrano soprattutto in cinque professioni: badanti, collaboratrici domestiche, addette alle pulizie, cameriere e operatrici socio-sanitarie. Le comunità ucraine e polacche in Italia sono composte per oltre il 74% da donne, confermando la centralità del lavoro di cura per le donne provenienti dall’Est Europa.
Nonostante gli alti livelli di occupazione, la povertà lavorativa colpisce in modo sproporzionato le persone migranti. Gli stipendi medi degli stranieri si attestano a 17mila euro contro i 24mila degli italiani. Anche le condizioni contrattuali risultano spesso più svantaggiose. Konaté, ragazzo di 28 anni proveniente dalla Costa d’Avorio, vive in Italia dal 2015 e racconta che una volta arrivato, prima di trovare un lavoro con contratto a tempo indeterminato presso l’azienda A2A – S.p.a. che offre multiservizi dalla vendita di energia allo smaltimento e riciclaggio dei rifiuti – la strada è stata lunga. «A Biella ho lavorato come vivaista, con un contratto part-time, poi ho trovato un lavoro presso A2A ma il mio contratto era a chiamata, poi mi hanno chiesto di andare ad Asti perché aprivano un nuovo punto di raccolta e mi hanno offerto un contratto a tempo indeterminato».
Il 35% delle persone nate all’estero vive in case sovraffollate, mentre l’insicurezza alimentare coinvolge quasi il 18% delle famiglie straniere, il doppio rispetto a quelle italiane.
La precarietà e l’insicurezza contrattuale rappresentano infatti un altro tratto distintivo del lavoro delle persone migranti: il 29% dei lavoratori stranieri rientra nei lavori con contratti atipici, contro il 17,2% degli italiani, mentre il 14,1% lavora in part-time involontario contro il 7,8% degli italiani. Pur rappresentando circa il 15% degli occupati, le persone di origine straniera costituiscono il 31% dei lavoratori poveri in Italia. Tra questi oltre due occupati su cinque non riescono a superare la soglia della povertà relativa. Le difficoltà economiche si riflettono anche nelle condizioni abitative e sociali. Il 35% delle persone nate all’estero vive in case sovraffollate, mentre l’insicurezza alimentare coinvolge quasi il 18% delle famiglie straniere, il doppio rispetto a quelle italiane.
Resta inoltre centrale il tema della cittadinanza. Il sistema italiano, fondato sulla Legge 91/1992 e sul principio dello ius sanguinis, richiede 10 anni di residenza legale per chi non ha legami di discendenza, il doppio rispetto ai 5 anni previsti nella maggior parte dei Paesi OCSE. Anche tra gli immigrati con almeno 10 anni di residenza, solo due migranti su cinque hanno ottenuto la cittadinanza italiana. Alan, 32 anni, nato in Ecuador e in Italia da 24 anni, oggi lavora come cuoco in un ristorante Roadhouse e vive ancora con il permesso di soggiorno.
«Il permesso di soggiorno ha una grande influenza sulla condizione di lavoro» racconta Alan, che specifica: «se cerchiamo lavoro, è il primo documento che ci chiedono, se invece dobbiamo richiedere il documento, dobbiamo dimostrare di essere dei lavoratori assunti».
Il lavoro delle persone migranti è indispensabile per sostenere il sistema economico italiano, ma continua a essere trattato come forza lavoro sostituibile e marginale.
Però, precisa Alan, che in quanto persona di origine straniera non sente di ricevere un trattamento diverso dai suoi colleghi, le problematicità sono uguali per tutti: «determinate aziende non rispettano alcune regole e leggi, soprattutto quelle per la tutela e i diritti del lavoratore». I dati raccontano dunque un paradosso strutturale: il lavoro delle persone migranti è indispensabile per sostenere il sistema economico italiano, ma continua a essere trattato come forza lavoro sostituibile e marginale. Senza le persone di origine straniera il mercato del lavoro italiano avrebbe sempre meno lavoratori attivi; senza politiche di integrazione e mobilità sociale, però, il rischio è quello di consolidare un’economia fondata sulla precarietà permanente.
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Di La Redazione
«Il lavoro domestico è parte essenziale del tessuto sociale ed economico del nostro paese». Con queste parole, il segretario generale della Filcams Cgil Fabrizio Russo apre il più recente Rapporto di ricerca della categoria sul lavoro domestico. A partire da questa consapevolezza, Russo evidenzia come nonostante ciò «questo lavoro continua a essere svalutato, lasciato ai margini, reso invisibile e fragile».
«Il lavoro domestico è parte essenziale del tessuto sociale ed economico del nostro paese»
Cosa significa, precisamente, «lavoro domestico»? A partire da quattro professioni – colf, baby-sitter e due livelli di badante, differenziati in base alla qualificazione del lavoro richiesto – la definizione indica genericamente tutte le mansioni che riguardano la “conduzione e governo della casa e cura delle persone”. Le attività che rientrano in queste forme di lavoro vanno dalla pulizia dell’ambiente-casa e degli oggetti personali dei datori di lavoro, fino alla preparazione di pasti e assistenza nel vestirsi, mangiare, lavarsi. Il lavoro domestico costituisce un nodo fondamentale del flusso circolare dell’economia: quello che alimenta e sostiene il ciclo riproduttivo, rendendo possibile il processo produttivo stesso.
Venendo ai dati, la difficoltà nel formulare statistiche sta nel fatto che si tratta di un settore ancora molto caratterizzato dall’irregolarità. Le due fonti istituzionali sono Inps e Istat: la prima inquadra solo l’area di lavoro regolare, mentre la seconda considera anche quella irregolare ma in modo aggregato, fornendo un valore calcolato su base annua ma non relativa a persone fisiche. In entrambi i casi, l’effetto è una sottostima delle persone effettivamente impiegate in questo settore.
Il 2022, ultimo anno in cui si può calcolare con precisione la percentuale di lavoro irregolare, ha registrato un totale di un milione e settecento-dieci mila lavoratrici domestiche, con il 47.1% di lavoro nero. Per il 2024, le proiezioni del report Filcams parlano di 817mila persone assunte con contratto regolare (di cui il quasi il 90% donne e oltre il 70% migranti), ma soprattutto di altre 800mila persone che hanno lavorato in nero, rimanendo nell’ombra. Molte persone, per garantirsi in qualche modo le tutele fondamentali, ricorrono a contratti fittizi: «dopo tanti anni di lavoro in nero dovevo rinnovare i miei documenti», racconta L., donna ucraina che lavorava come babysitter. «I miei datori di lavoro non volevano farmi il contratto, ho dovuto chiedere a una mia amica italiana di registrarmi e per anni mi sono pagata da sola i contributi».
Il 2022, ultimo anno in cui si può calcolare con precisione la percentuale di lavoro irregolare, ha registrato un totale di un milione e settecento-dieci mila lavoratrici domestiche, con il 47.1% di lavoro nero.
Oltre alle difficoltà del lavoro nero, anche quando le lavoratrici vengono regolarmente assunte, subiscono una legislazione discriminatoria: per il lavoro domestico, infatti, non è prevista, ad esempio, la copertura nei periodi di maternità e malattia: quando la lavoratrice si ammala, il pagamento è a carico del datore di lavoro ed è previsto solo per limitati periodi, – 8,10 o 15 giorni nell’anno calcolati in base all’anzianità di servizio del dipendente. «Nei contributi che i datori di lavoro devono versare all’INPS non è compreso quello che copre la malattia», spiega Filcams Cgil. «Mia madre, anche lei in Italia da ventisei anni, fino al 2025 lavorava come badante. Un anno fa si è ammalata e si è dovuta operare al cuore», racconta ancora L. «Dieci giorni non erano sufficienti per la sua convalescenza, e quindi non è potuta tornare al lavoro. La famiglia da cui era assunta, in risposta, l’ha licenziata».
Il modo in cui viene disciplinato il licenziamento in Italia, poi, esprime il cuore delle discriminazioni legislative nell’ambito del lavoro domestico: «La legge 604 del 1966 che norma il licenziamento individuale ha introdotto il divieto di licenziamento in tronco, ma il settore del lavoro domestico è escluso da questo divieto; ciò significa che il datore di lavoro può licenziare senza alcuna motivazione», conclude Filcams Cgil. Il fatto che il rapporto di lavoro sia fra due soggetti privati, e che il luogo di lavoro sia un’abitazione, anch’essa privata aggrava la condizione di invisibilità delle persone che lavorano in questo settore, dove senza percorsi sindacali è difficile guadagnare forza contrattuale. «Ora sono in disoccupazione, ma ho trovato un lavoro per luglio con un buon contratto, grazie al percorso di contrattazione svolto insieme al sindacato», racconta I., che lavora da anni come badante.